Bruxelles, 19 giugno 2026 – L’Unione europea ha scelto nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 giugno una linea di equilibrio con la Cina. I Ventisette, riuniti al Consiglio europeo di Bruxelles, vogliono tenere aperto il dialogo con Pechino ma, insieme, chiedono di rafforzare gli strumenti di difesa commerciale per proteggere il mercato unico e tagliare le dipendenze economiche ritenute più delicate. È una mediazione, sì. Non basta a chi chiedeva una stretta più dura. Ma racconta bene il momento che vive l’Europa, stretta fra interessi industriali, timori strategici e legami economici che restano molto forti.
La linea dei Ventisette: apertura sì, ma senza scoprirsi
La formula uscita dal vertice si regge su due punti messi nero su bianco dopo ore di confronto: unità europea e dialogo con i principali partner economici. Un funzionario europeo, alla fine della prima giornata di lavori, ha spiegato che gli attuali squilibri macroeconomici globali impongono una risposta comune e che l’Europa, una delle grandi economie del pianeta, deve prima di tutto fare i conti con i propri nodi interni, a partire da una maggiore integrazione del mercato unico europeo. In sostanza, Bruxelles non vuole scegliere tra apertura e difesa. Vuole tenere insieme le due cose. Solo così, è il ragionamento dei leader, l’Unione potrà trattare con la Cina senza presentarsi divisa.
Nel testo concordato dai capi di Stato e di governo torna anche un’altra formula ormai centrale nel linguaggio europeo: autonomia strategica. Non vuol dire chiudersi, fanno capire diverse fonti diplomatiche. Vuol dire piuttosto ridurre i punti deboli nelle filiere, dall’industria alle materie prime, fino alle tecnologie e ai componenti considerati più sensibili. Una linea pragmatica, costruita poco alla volta.
Difesa commerciale, il mandato alla Commissione è chiaro
Il mandato politico affidato alla Commissione europea va in due direzioni precise. Da una parte, Bruxelles dovrà continuare a portare avanti un dialogo costruttivo con i principali partner economici, “al fine di tutelare i nostri interessi economici e di sicurezza”. Dall’altra, dovrà ampliare e integrare gli strumenti di difesa commerciale e di politica industriale che l’Unione ha già in mano. Tradotto: più margine per reagire a pratiche giudicate distorsive, più capacità di risposta quando la concorrenza viene ritenuta sleale.
Nei corridoi europei il punto è chiaro da mesi. L’Ue vuole muoversi più in fretta contro sussidi pubblici, sovracapacità produttiva e accessi al mercato percepiti come sbilanciati. Non si parla, almeno per ora, di una svolta protezionistica classica. Piuttosto di una cassetta degli attrezzi più ampia, pronta all’uso se servirà. “Dobbiamo avere tutti gli strumenti necessari”, è la formula che gira a Bruxelles. Sobria, ma molto netta.
Il peso dei numeri: il deficit con Pechino spinge il de-risking
A pesare sul confronto è soprattutto il deficit commerciale dell’Ue con la Cina, che nel 2025 ha raggiunto i 360 miliardi di euro. Un dato che da solo spiega perché in molte capitali si chieda una correzione di rotta. Eppure i Ventisette non hanno scelto la strada dello scontro frontale. Anche perché il rapporto economico tra Europa e Cina resta ampio, fitto, difficile da ridurre in tempi rapidi senza effetti per le imprese europee e per i consumatori.
Per questo Bruxelles continua a insistere sul de-risking, cioè sulla riduzione dei rischi, e non sul disaccoppiamento. La differenza non è di poco conto. Significa diversificare gli scambi, abbassare le dipendenze più critiche, cercare alternative dove si può, ma senza spezzare i canali commerciali. Una linea prudente, forse anche lenta. Ma è il modo in cui l’Unione si muove sui dossier più delicati: per compromessi successivi, spesso faticosi, quasi mai lineari.
Le divisioni restano: ogni Paese guarda anche ai propri interessi
Dietro la sintesi trovata a Bruxelles restano, neanche troppo nascoste, le differenze tra gli Stati membri. Alcuni governi avrebbero voluto toni più duri verso Pechino, soprattutto nei settori in cui la concorrenza cinese viene vista come più aggressiva. Altri, invece, spingono per tenere aperto uno spazio di collaborazione e stanno già cercando un proprio modus vivendi con la Cina. Il caso della Spagna viene citato spesso, anche per la presenza crescente di siti produttivi cinesi sul suo territorio e per una linea considerata più aperta sul fronte industriale.
È qui che il compromesso europeo prende corpo. L’Ue, oggi, non ha la forza politica per una rottura e non vuole rinunciare ai propri strumenti di tutela. Così prova a stare nel mezzo, con una linea meno rumorosa ma più gestibile. Se basterà, si capirà nei prossimi mesi, quando la Commissione dovrà trasformare gli indirizzi del Consiglio in atti concreti e scelte operative. Per ora il messaggio uscito da Bruxelles è questo: dialogo con la Cina, sì, ma con un’Europa più pronta a difendere i propri interessi.

