Nel 2025, in Italia, l’importo medio delle pensioni previdenziali di invalidità, vecchiaia e superstiti si è fermato a 1.876,1 euro al mese, ma per le donne l’assegno medio è stato di appena 1.491,7 euro, contro i 2.260,6 euro degli uomini: un divario del 34% che, secondo il Rendiconto sociale Inps appena presentato, fotografa ancora una volta il peso delle differenze salariali e delle carriere più discontinue sul futuro previdenziale femminile.
Pensioni Inps 2025, il divario di genere resta ampio
Il dato centrale del Rendiconto sociale Inps riguarda le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti, cioè la parte più consistente delle prestazioni previdenziali. La media generale, nel 2025, è di 1.876,1 euro mensili; eppure, guardando dentro quel numero, la distanza tra i sessi resta netta: 1.491,7 euro al mese per le donne, 2.260,6 euro per gli uomini. Tradotto in termini percentuali, significa che le pensionate ricevono in media un assegno inferiore del 34% rispetto ai pensionati. È un divario che non nasce al momento del pensionamento, ma molto prima, lungo tutto il percorso lavorativo. Solo allora, quando si sommano stipendi più bassi, periodi di lavoro intermittente, part-time e uscite dal mercato occupazionale, il conto diventa visibile negli assegni mensili.
Retribuzioni nel privato, i numeri del 2024 spiegano il gap
A confermare il legame tra stipendi e pensioni è lo stesso documento dell’Inps, che riporta anche l’ultimo dato disponibile sulle retribuzioni medie giornaliere nel settore privato, riferito al 2024. Per gli uomini la media è stata di 111,1 euro al giorno; per le donne di 82,6 euro, con una differenza del 25,65%. Il dato, se letto senza formule, è semplice: a parità di giornata lavorata, le donne incassano mediamente meno. E quel “meno”, mese dopo mese, anno dopo anno, incide sui contributi versati e quindi sull’assegno pensionistico finale. Non è un aspetto secondario, anzi. In un sistema che lega sempre di più la pensione alla storia contributiva individuale, ogni scarto retributivo si trascina nel tempo e si sedimenta.
Carriere discontinue, part-time e lavoro di cura: perché le donne prendono meno
Il gender gap pensionistico non dipende da una sola causa. Secondo la lettura che emerge dal Rendiconto sociale, pesano insieme diversi fattori: la maggiore presenza femminile nei lavori a bassa retribuzione, il ricorso più frequente al part-time, spesso non scelto ma accettato, e poi le interruzioni di carriera legate alla cura dei figli o dei familiari anziani. In quel momento, quando il lavoro si spezza o rallenta, si riducono anche i versamenti contributivi. E così l’effetto si accumula. Le donne, in media, arrivano alla pensione con montanti più leggeri e percorsi meno lineari. C’è poi un elemento strutturale: la segregazione occupazionale. Alcuni settori più femminilizzati pagano meno, altri offrono meno progressioni di carriera. Il risultato, alla fine, è visibile nei numeri dell’Inps: retribuzioni più basse oggi, pensioni più basse domani.
Il tema torna al centro del dibattito su lavoro e previdenza
La fotografia scattata dall’Inps riporta al centro una questione che riguarda insieme lavoro, welfare e politiche familiari. Per ridurre il divario nelle pensioni, infatti, non basta intervenire solo sull’ultima fase della vita lavorativa: bisogna agire prima, sui salari, sulla qualità dell’occupazione e sulla possibilità per le donne di restare nel mercato del lavoro senza essere spinte verso impieghi più fragili o orari ridotti. Il punto, in sostanza, è questo: finché resta ampia la distanza nelle retribuzioni medie e nella continuità delle carriere, il divario previdenziale continuerà a riprodursi. I numeri del 2025 lo dicono con chiarezza, senza giri di parole. La pensione media femminile è ancora molto più bassa di quella maschile, e il dato sulle retribuzioni del 2024 mostra che la forbice, nonostante anni di discussione pubblica, non si è ancora richiusa.

