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  • Trump deluso da Meloni: sorpresa per la sua mancanza di coraggio

    Trump deluso da Meloni: sorpresa per la sua mancanza di coraggio

    Trump sferza Meloni: “Scioccato, pensavo avesse coraggio”. Sale la tensione tra Washington e Roma

    Donald Trump non le ha mandate a dire. Nella serata di ieri, il presidente degli Stati Uniti ha puntato il dito contro la premier italiana Giorgia Meloni, lasciando trasparire tutta la sua delusione: “Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”. Una stoccata arrivata durante una telefonata al Corriere della Sera, che ha subito acceso gli animi sia a Washington che a Roma. La tensione tra i due leader, a questo punto, è palpabile.

    Trump all’attacco: “Meloni non ci aiuta nella guerra”

    Niente giri di parole da parte del presidente americano: “Giorgia Meloni non vuole aiutarci nella guerra”. Il riferimento è alle ultime posizioni assunte dall’Italia sulla crisi in Medio Oriente e sulle tensioni con l’Iran. Trump rincara la dose e lancia una provocazione agli italiani: “Vi piace che la vostra presidente non faccia nulla per ottenere il petrolio? Vi va bene così? Io non riesco a crederci”.

    La chiamata, secondo fonti della Casa Bianca, è partita poco dopo le 21 ora italiana. Trump voleva chiarire la sua posizione dopo le polemiche per le recenti critiche al Papa, ma il discorso è subito scivolato sulla politica estera italiana. E qui Trump non ha fatto sconti: “È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e potrebbe far saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”.

    Meloni non replica, ma a Palazzo Chigi cresce l’irritazione

    Da Palazzo Chigi è arrivata una risposta tanto rapida quanto gelida: “La premier Meloni non intende commentare dichiarazioni che non rispecchiano la realtà dei fatti”. Nessuna nota ufficiale, almeno per ora, ma il clima tra i collaboratori della presidente del Consiglio è tutt’altro che sereno. Un consigliere, dietro anonimato, sbotta: “Non accettiamo lezioni di coraggio da chi cambia idea ogni settimana”.

    Nel frattempo, le opposizioni italiane non si lasciano scappare l’occasione di attaccare il governo. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, sottolinea: “L’Italia deve difendere la propria autonomia in politica estera. Non possiamo restare spettatori di uno scontro tra superpotenze”. Più prudente Matteo Salvini: “Serve equilibrio. L’Italia deve pensare prima di tutto ai propri interessi”.

    Iran e petrolio: i veri nodi della discordia

    Al centro dello scontro resta la questione iraniana. Trump accusa Meloni di non prendere sul serio la minaccia di un Iran armato nuclearmente. Da Roma, invece, si insiste sulla necessità del dialogo: il Ministero degli Esteri fa sapere che l’Italia “segue con attenzione gli sviluppi” e appoggia “ogni iniziativa multilaterale per evitare un’escalation”.

    Poi c’è la faccenda del petrolio. Trump rimprovera l’Italia per la presunta passività nella ricerca di nuove fonti energetiche. Un’accusa che arriva proprio mentre il prezzo del greggio vola intorno ai 96 dollari al barile e l’Europa cerca disperatamente alternative. Dal Ministero dell’Ambiente la risposta è chiara: “Non stiamo con le mani in mano, ma prima vengono sicurezza e transizione ecologica”.

    Rapporti incrinati e un futuro tutto da scrivere

    Fino a pochi mesi fa, tra Trump e Meloni sembrava correre buon sangue. Amicizia storica tra Italia e Stati Uniti, si diceva dopo l’ultimo vertice a Washington. Oggi però il clima è cambiato. Secondo alcuni osservatori, le parole di Trump vanno lette anche in chiave elettorale: il presidente americano è in piena campagna e vuole mostrarsi deciso su ogni fronte.

    Resta il punto interrogativo su cosa succederà adesso. A Roma prevale la prudenza. Un deputato di maggioranza, intercettato nei corridoi di Montecitorio dopo lo sfogo di Trump, taglia corto: “Siamo abituati agli strappi del presidente americano. Ma l’Italia non si fa dettare l’agenda da nessuno”.

    Il duello resta aperto. E le prossime settimane diranno se tutto si fermerà alle parole o se siamo solo all’inizio di una nuova stagione di tensioni tra Italia e Stati Uniti.

  • Prezzi dei carburanti in discesa: nuovo calo per il gasolio self, ora a 2,162 euro

    Prezzi dei carburanti in discesa: nuovo calo per il gasolio self, ora a 2,162 euro

    Prosegue la discesa dei prezzi di benzina e gasolio in Italia. Domenica 12 aprile 2026, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio prezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, si segna il terzo giorno consecutivo di ribassi alla pompa. Il motivo? Le principali compagnie petrolifere hanno tagliato i listini, e la cosa si vede subito nei distributori.

    Benzina e gasolio, prezzi giù per il terzo giorno

    Sulle strade italiane, la benzina self service scende a 1,783 euro al litro, leggermente meno rispetto a ieri (1,785 euro). Anche il gasolio cala: oggi il prezzo medio è di 2,162 euro al litro, contro i 2,166 euro di sabato. Sulle autostrade, i prezzi restano più alti: 1,815 euro al litro per la benzina e 2,192 euro per il gasolio. Niente scossoni, ma la tendenza è chiara: piccoli passi indietro, giorno dopo giorno.

    Compagnie in ritirata: perché i prezzi scendono

    Dal Ministero spiegano che la discesa è tutta merito degli adeguamenti delle compagnie petrolifere. Hanno rivisto i listini dopo le recenti oscillazioni del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. “Stiamo monitorando la situazione – fanno sapere dall’Osservatorio prezzi carburanti – e i dati confermano il ribasso, che arriva dritto ai consumatori”. Una boccata d’ossigeno che, almeno per ora, dovrebbe andare avanti ancora per qualche giorno.

    Cosa ne pensano gli automobilisti

    Nelle stazioni di servizio di Roma, Milano e Napoli, dove il traffico non si ferma nemmeno nei weekend, gli automobilisti hanno già notato la differenza. “Non è una rivoluzione, ma si vede”, racconta Marco, tassista romano incontrato ieri in una pompa sulla via Appia. “Ogni centesimo risparmiato fa comodo, specie se l’auto è il tuo ufficio”. Un pensiero condiviso da tanti pendolari, che sperano in ulteriori sconti.

    Un occhio agli ultimi mesi: prezzi in netto calo

    Rispetto a marzo 2026, la benzina costa oggi circa 3-4 centesimi in meno al litro. Il gasolio segna un taglio di 5-6 centesimi. Un’inversione di marcia rispetto a inizio anno, quando le tensioni internazionali avevano fatto schizzare in alto le quotazioni del petrolio. Gli esperti invitano comunque alla cautela: “Molto dipenderà dai mercati globali e dalle mosse dell’OPEC”, avverte un analista di Nomisma Energia.

    Cosa aspettarsi nei prossimi giorni

    Al momento, nessun segnale di cambiamento. Secondo gli operatori del settore, i prezzi di benzina e gasolio dovrebbero restare più o meno su questi livelli, a meno di nuovi scossoni dai mercati mondiali. “La volatilità è ancora alta – avverte un rappresentante della Federazione Italiana Gestori Carburanti – ma la domanda interna non crea problemi e le forniture sono regolari”. Solo eventuali crisi internazionali o balzi improvvisi del petrolio potrebbero cambiare le carte in tavola.

    Prezzi sotto controllo: il ruolo dell’Osservatorio

    L’Osservatorio prezzi carburanti continuerà a fornire aggiornamenti quotidiani su tutto il territorio, sia sulle strade che in autostrada. I numeri sono consultabili sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Un servizio che negli ultimi mesi ha reso il mercato più trasparente e ha permesso agli automobilisti di orientarsi meglio tra gli aumenti e i ribassi.

    Per ora, chi si mette al volante può tirare un piccolo sospiro di sollievo. Il conto alla pompa scende, magari di poco, ma in tempi di rincari ogni centesimo fa la differenza. E tutti, dai pendolari agli autotrasportatori, tengono d’occhio i tabelloni in attesa dei prossimi movimenti.

  • Schockierender Betrug am Everest: Bergführer sollen Alpinisten vergiftet haben, um Versicherungsgelder zu kassieren

    Schockierender Betrug am Everest: Bergführer sollen Alpinisten vergiftet haben, um Versicherungsgelder zu kassieren

    Everest: Guides sollen Bergsteiger mit Drogen vergiftet und Versicherungen um Millionen betrogen haben

    Drogenskandal am Everest: Polizei deckt dreisten Betrug auf

    Kathmandu, 3. April 2026 – Am Fuße des Mount Everest brodelt es. Die nepalesische Polizei ermittelt gegen mehrere Bergführer, die zwischen 2022 und 2025 ausländischen Alpinisten heimlich Drogen untergemischt haben sollen. Ihr Ziel: Die Kletterer sollten so krank gemacht werden, dass ein teurer Rettungsflug nötig wurde – und die Versicherungen kräftig zur Kasse gebeten werden konnten. Die Masche flog auf, nachdem Medien wie die New York Post und The Independent darüber berichtet hatten. Inzwischen sitzen bereits elf Verdächtige in Haft.

    Tausende Bergsteiger in die Falle gelockt

    Die Dimension ist gewaltig: Laut Polizei sind in den letzten Jahren 4.782 ausländische Bergsteiger Opfer des mutmaßlichen Betrugs geworden. Die Guides sollen ihnen – meist ohne deren Wissen – Stoffe verabreicht haben, die für heftige Übelkeit, Schwindel oder sogar Ohnmacht sorgten. In der Folge wurde der Notruf abgesetzt, der teure Hubschrauber kam – und die Rechnung ging an die Versicherung oder direkt an die Betroffenen.

    „Wir haben über 300 verdächtige Rettungen gezählt“, erklärt ein Polizeisprecher. Rund 20 Millionen Euro sind so laut Ermittlern an Kosten zusammengekommen – eine Summe, die selbst erfahrene Beamte sprachlos macht.

    Gefälschte Abrechnungen und ein ausgeklügeltes System

    Die Polizei spricht von einem systematischen Betrug. Offenbar arbeiteten die Guides eng mit bestimmten Rettungsfirmen zusammen, um die Preise für die Flüge künstlich nach oben zu treiben. Teilweise wurden sogar Rechnungen für Behandlungen ausgestellt, die nie stattgefunden haben. „Die meisten Opfer hatten keine Ahnung, was mit ihnen passierte“, berichtet ein Ermittler. Erst nach ihrer Rückkehr nach Hause merkten einige, dass bei den Abrechnungen etwas nicht stimmte.

    Ein italienischer Bergsteiger, der anonym bleiben möchte, erinnert sich: „Mir wurde plötzlich schlecht, ich bekam kaum noch Luft. Die Guides bestanden darauf, dass ich mit dem Hubschrauber ausgeflogen werde.“ Später erfuhr er, dass seine Versicherung dafür eine fünfstellige Summe bezahlt hatte.

    Tourismusbranche in Aufruhr – Vertrauen erschüttert

    Die Affäre schlägt in Nepal hohe Wellen. Der Bergtourismus ist eine der wichtigsten Einnahmequellen des Landes. Jedes Jahr wagen Tausende den Aufstieg zum Everest – meistens mit einheimischen Guides. Die Regierung will jetzt strengere Kontrollen einführen und enger mit den Versicherungen zusammenarbeiten.

    Der Präsident des nepalesischen Bergführerverbands macht klar: „Wir verurteilen diese Taten aufs Schärfste. Die meisten von uns arbeiten ehrlich.“ Trotzdem ist das Vertrauen vieler Touristen erschüttert. Einige Reiseveranstalter überlegen bereits, ihre Angebote zu überarbeiten oder zusätzliche Sicherheitsvorkehrungen einzuführen.

    Ermittlungen laufen weiter – das letzte Wort ist noch nicht gesprochen

    Die Polizei betont, dass die Untersuchungen noch andauern. Weitere Festnahmen sind möglich. Auch internationale Versicherungen nehmen eigene Ermittlungen auf. Ein Sprecher einer europäischen Versicherung bestätigt: „Wir arbeiten eng mit den Behörden zusammen und gehen jedem Verdachtsfall nach.“

    Ob und wie viele der betroffenen Bergsteiger gesundheitliche Schäden davongetragen haben, ist bislang unklar. Die nepalesischen Behörden raten allen Alpinisten, sich vor einer Expedition genau über ihre Guides zu informieren – und im Zweifel einen unabhängigen Arzt aufzusuchen.

    Der Skandal wirft ein grelles Licht auf die Schattenseiten des Everest-Tourismus – und stellt das System der Rettungseinsätze am höchsten Berg der Welt auf eine harte Probe.

  • Trump und seine Beleidigungen: Wie er Macron, Starmer und Prinz bin Salman attackiert

    Trump und seine Beleidigungen: Wie er Macron, Starmer und Prinz bin Salman attackiert

    Trump teilt aus – Persönliche Attacken gegen internationale Spitzenpolitiker sorgen für Wirbel

    Donald Trump, Präsident der Vereinigten Staaten, sorgt mal wieder für Schlagzeilen. In den vergangenen Wochen hat er mit persönlichen Seitenhieben und Spott gegen andere Staats- und Regierungschefs für Aufsehen gesorgt. Die jüngsten Vorfälle, die sich zwischen März und Anfang April 2026 in Washington, London und Riad ereigneten, werfen neue Fragen zum Ton und zur Wirkung der amerikanischen Außenpolitik auf. Diesmal stehen weniger politische Positionen im Mittelpunkt – es geht vor allem um gezielte Sticheleien und Beleidigungen, die das ohnehin angespannte diplomatische Klima weiter anheizen.

    Mittagessen im Weißen Haus: Macron muss Spott einstecken

    Ein Vorfall sticht besonders hervor: Bei einem privaten Mittagessen im Weißen Haus nahm Trump den französischen Präsidenten Emmanuel Macron ins Visier. Aus Teilnehmerkreisen heißt es, Trump habe Macron wegen dessen zögerlicher Haltung beim Militäreinsatz gegen den Iran verspottet. Die Szene soll für einige Anwesende richtig unangenehm gewesen sein. Trump habe mit französischem Akzent nachgemacht, wie Macron angeblich von seiner Frau Brigitte „extrem schlecht behandelt“ werde. Außerdem spielte er auf ein virales Video aus 2025 an, in dem Macron einen Schlag auf den Kiefer abbekommen hatte – das sorgte in Paris für ordentlich Ärger. Macron selbst ließ die Sache knapp abtropfen: „Solche Kommentare sind weder elegant noch angemessen.“ Eine offizielle Reaktion? Fehlanzeige.

    Starmer im Kreuzfeuer: „Schwach und unentschlossen“

    Auch der britische Premierminister Keir Starmer blieb nicht verschont. Bei einer Pressekonferenz in Washington legte Trump nach und nannte Starmers Führung „schwach und unentschlossen“ – besonders mit Blick auf die Krise in der Straße von Hormus. Er imitierte Starmer und spottete, dieser müsse „erst sein Team fragen“, bevor er britische Flugzeugträger losschicke. Die Antwort aus London kam prompt: Ein Sprecher aus der Downing Street erklärte Trumps Worte für „unangemessen“ und stellte klar, dass Großbritannien seine Entscheidungen selbst trifft. Doch hinter den Kulissen wächst die Sorge: Britische Medien berichten von wachsender Nervosität um das transatlantische Verhältnis.

    Bin Salman im Visier: „Jetzt muss er nett zu mir sein“

    Doch Trump teilt nicht nur gegen westliche Politiker aus. In einer öffentlichen Rede in Houston bekam auch der saudische Kronprinz Mohammed bin Salman sein Fett weg. Trump erklärte unverblümt, der Thronfolger habe „nicht gedacht, dass er mir den Hintern küssen müsste; jetzt muss er nett zu mir sein“. Die Aussage, von mehreren US-Medien bestätigt, schlug in Riad hohe Wellen. Dort sprach ein Berater des Hofes von einer „inakzeptablen Grenzüberschreitung“. Amerikanische Diplomaten versuchten, die Wogen zu glätten – bislang jedoch mit mäßigem Erfolg.

    Spitznamen und Provokationen: Trumps Markenzeichen

    Der raue Ton ist bei Trump nichts Neues. Schon in seiner ersten Amtszeit machte er mit Spitznamen und provokanten Etiketten von sich reden. Den syrischen Präsidenten Bashar al-Assad nannte er „Animal Assad“, Nordkoreas Kim Jong-un wurde zum „Rocket Man“, Mexikos Präsident Andrés Manuel López Obrador bekam den Spitznamen „Juan Trump“. Auch Kanadas Premier Justin Trudeau musste dran glauben – für Trump war er immer nur „Governor Trudeau“. Ein Titel, der für einen kanadischen Premierminister schlichtweg falsch ist.

    Diplomatisches Beben – Wie reagieren die Partner?

    Die jüngsten Ausfälle haben das ohnehin fragile Verhältnis zwischen Washington und mehreren Hauptstädten weiter verschärft. Diplomaten in Paris, London und Riad berichten von „Irritationen“ und warnen davor, dass das Vertrauen in die amerikanische Führung dauerhaft Schaden nehmen könnte. Ein europäischer Diplomat bringt es auf den Punkt: „Es ist schwer, auf Augenhöhe zu verhandeln, wenn persönliche Angriffe zum Alltag werden.“ Im Weißen Haus hingegen bleibt man gelassen. Trumps Sprecherin meinte am Mittwoch: Der Präsident „sage einfach, was viele denken“.

    Ob diese Linie für die USA langfristig aufgeht oder am Ende zur Isolation führt, bleibt offen. Klar ist aber: Die Grenzen zwischen politischer Kritik und persönlicher Herabwürdigung verschwimmen unter Trump immer mehr. Und das bleibt nicht ohne Folgen für das internationale Gleichgewicht.

  • Ponte sullo Stretto, il decreto non basta: resta il nodo della nuova gara

    Ponte sullo Stretto, il decreto non basta: resta il nodo della nuova gara

    Ponte sullo Stretto, Busia (Anac): “Serve una nuova gara pubblica, il decreto non risolve il vero problema”

    Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, non usa mezzi termini: “Il nodo centrale della nuova gara per il Ponte sullo Stretto di Messina non è stato sciolto dal decreto”. È quanto ha ribadito oggi, lunedì 24 marzo 2026, davanti alla commissione Ambiente del Senato. L’audizione, a Palazzo Madama, si inserisce nell’esame del disegno di legge sui Commissari straordinari e concessioni, che contiene anche regole dedicate proprio all’infrastruttura più discussa d’Italia.

    “Senza una nuova gara, il rischio è concreto”

    Per Busia la strada è chiara: “Serve una nuova gara pubblica, un nuovo contratto, così da avere un progetto magari più moderno e avanzato”. Insomma, cambiare rotta per evitare contenziosi legali e rispettare pienamente la normativa europea sugli appalti. “Solo così – precisa – si può garantire davvero trasparenza e competizione, due ingredienti fondamentali per un’opera di queste dimensioni”.

    Il decreto all’esame del Parlamento, però, secondo Busia non risolve la questione principale. “Il nodo della gara non è sciolto dal decreto”, insiste. Una presa di posizione netta, che arriva mentre il futuro del progetto è ancora tutto da scrivere.

    “Massima attenzione alle infiltrazioni mafiose”

    Durante l’audizione, Busia mette in guardia anche su un altro fronte: “Servono controlli più rigorosi e puntuali per evitare che la costruzione del Ponte finisca nel mirino della criminalità organizzata”. Il rischio, dice, è concreto. “La costruzione del Ponte sullo Stretto attirerà appetiti mafiosi”, afferma senza mezzi termini. E rilancia: “Vanno messi paletti molto stretti sul subappalto”, ricordando che le grandi opere spesso diventano terreno di caccia per le cosche.

    Norme che complicano invece di aiutare

    Busia non risparmia critiche nemmeno alle disposizioni procedurali inserite nel decreto. Secondo lui, queste regole “da una parte non servono per rispondere alle richieste della Corte, dall’altra complicano tutto, allungano i tempi e modificano procedure già esistenti, abbassando le garanzie”. In altre parole, più burocrazia e meno efficienza, senza vantaggi reali su trasparenza o rapidità.

    “Così si finisce per scaricare la responsabilità su chi deve decidere, rendendo tutto meno chiaro”, spiega davanti ai senatori. Il messaggio è diretto: “Meglio togliere regole inutili”. Serve semplificare, non aggiungere ostacoli.

    Parlamento diviso, confronto acceso

    Le parole di Busia arrivano proprio mentre il Parlamento si prepara all’ultimo giro di discussioni sul disegno di legge. Il tema del Ponte sullo Stretto continua a spaccare: c’è chi vuole correre e aprire i cantieri già quest’anno, e chi invece chiede certezze su legalità e trasparenza. La posizione dell’Anac – nuova gara pubblica e più controlli – promette di infiammare ancora il dibattito tra maggioranza e opposizione.

    Fonti parlamentari fanno sapere che la commissione Ambiente punta a chiudere sugli emendamenti entro la fine della settimana. Solo allora si capirà se le osservazioni dell’Anac entreranno davvero nel testo. Intanto, la discussione non si ferma neanche fuori dalle aule: ambientalisti, sindacati e imprese chiedono chiarezza sulle regole e tempi certi per l’opera.

    Ponte sullo Stretto: il cantiere che fa discutere l’Italia

    Il Ponte sullo Stretto di Messina resta sotto i riflettori. La richiesta di Busia – nuova gara, trasparenza e controlli severi – pesa in un momento cruciale per il futuro dell’infrastruttura. Ora la palla passa al Parlamento, chiamato a trovare il difficile equilibrio tra la voglia di fare presto e la necessità di fare bene. La partita, per adesso, resta più aperta che mai.

  • Wall Street parte in rosso: pesano vendite su Dow Jones e Nasdaq

    Wall Street parte in rosso: pesano vendite su Dow Jones e Nasdaq

    Wall Street, lunedì 24 marzo 2026, ha iniziato la giornata col piede sbagliato. Il Dow Jones ha perso lo 0,79% e si è fermato a 45.823,43 punti. Giù anche il Nasdaq, che lascia sul terreno lo 0,48% a 21.844,03 punti, mentre lo S&P 500 scende dello 0,51% a 6.544,72 punti. Un avvio che fotografa bene l’incertezza tra gli investitori americani, che guardano ai nuovi dati economici e aspettano di capire quali saranno le prossime mosse della Federal Reserve.

    Partenza fiacca a New York: vendite su tutta la linea

    La seduta si è aperta alle 9:30 locali (le 14:30 in Italia) in un clima di evidente prudenza. Il Dow Jones è scivolato subito, seguito dal Nasdaq – dove pesano soprattutto le big tech – e dallo S&P 500, che offre uno spaccato più ampio della Borsa USA. Le vendite sono partite forti, spinte sia dal desiderio di incassare dopo i recenti rialzi sia dai soliti dubbi legati all’inflazione.

    “Gli investitori vogliono certezze dalla Fed”, ha detto Mark Johnson, analista di Morgan Stanley a Manhattan. “Tutti aspettano i dati sull’inflazione core di domani e soprattutto quello che dirà Powell”.

    Inflazione, la Fed e i timori di nuovi scossoni

    A tenere banco è, ancora una volta, l’inflazione. Negli Stati Uniti, i prezzi al consumo corrono più del previsto. I numeri diffusi dal Bureau of Labor Statistics parlano chiaro: a febbraio l’indice è salito dello 0,4% rispetto al mese precedente. Un aumento che riaccende i timori su cosa farà la Federal Reserve.

    Il mercato teme che la banca centrale possa continuare a mantenere la barra dritta sui tassi ancora per un po’. “Se la Fed dovesse restare prudente”, ha confidato un trader newyorkese a pochi minuti dall’apertura, “prepariamoci a giornate ancora movimentate”. Solo nei prossimi giorni si capirà se questo clima negativo è solo una pausa o l’inizio di qualcosa di più serio.

    Tecnologia e industria in affanno: i titoli peggiori

    Tra i settori più colpiti spiccano tecnologia e industria. Apple e Microsoft hanno aperto in rosso, lasciando sul campo circa mezzo punto percentuale. Male anche Boeing e General Electric, finite subito nel mirino delle vendite. Gli addetti ai lavori parlano di una rotazione verso titoli considerati più sicuri.

    “Su molti titoli growth si vede una certa cautela”, spiega Emily Carter, strategist di JP Morgan. “Non pochi investitori stanno spostando risorse su settori meno sensibili alle oscillazioni dei tassi”. Utilities e beni di consumo, infatti, reggono meglio.

    Attesa e tensione: il mercato aspetta nuovi segnali

    Il pomeriggio promette di essere agitato anche sul fronte delle dichiarazioni ufficiali. Il segretario al Tesoro, Janet Yellen, parlerà davanti alla commissione Finanze del Senato. Occhi puntati anche sulle nuove previsioni di crescita del Conference Board.

    Intanto, la cautela resta d’obbligo. “Il mercato cerca un punto d’equilibrio tra speranze di crescita e paura dell’inflazione”, dice un gestore di fondi newyorkese contattato attorno alle 10:15. “Tutto dipenderà dai dati in arrivo nelle prossime ore”.

    Pressioni dall’estero: le Borse restano in bilico

    Non sono solo i problemi interni a pesare. Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina restano latenti, così come le preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente. In Europa, le principali Borse partono deboli: Francoforte e Parigi perdono circa lo 0,4%, Milano poco sotto la parità.

    In sintesi, questa apertura debole di Wall Street riflette un clima di attesa e nervosismo diffuso. Le prossime ore saranno cruciali per capire se si tratta solo di una battuta d’arresto o del segnale d’allarme per una correzione più ampia.

  • Tensione crescente in Medio Oriente: due settimane di conflitto

    Tensione crescente in Medio Oriente: due settimane di conflitto

    Teheran sotto attacco, la notte delle esplosioni. Khamenei: “Hormuz chiuso”

    Notte di paura a Teheran, dove la tensione è tornata a salire alle stelle. Nel cuore del conflitto in Medio Oriente, tra il 12 e il 13 marzo, la capitale iraniana è stata svegliata da una serie di attacchi aerei, attribuiti a Israele e Stati Uniti. A lanciare la notizia sono stati i media iraniani, seguiti a ruota dalle agenzie internazionali. Le esplosioni, secondo quanto riferisce l’agenzia Fars, sono state talmente forti che in molti hanno sentito le pareti tremare. Al momento, però, nessun dato ufficiale su danni o vittime.

    Notte di boati, Teheran si sveglia nel panico

    Tutto è iniziato poco dopo le due di notte. Diversi quartieri, soprattutto a nord e a ovest della città, sono stati scossi da forti detonazioni. “Abbiamo sentito almeno tre esplosioni, le finestre vibravano”, racconta un residente della zona di Evin, raggiunto da alanews.it. Le autorità iraniane, almeno nelle prime ore, hanno scelto il silenzio. Solo l’agenzia Fars conferma: “Le case tremavano”. Nessuna parola invece su feriti o morti.

    Khamenei rompe il silenzio: “Stretto di Hormuz chiuso”

    In mezzo al caos, arriva la voce — o meglio, il messaggio — della nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei. Il suo discorso, affidato a una speaker della tv di Stato (lui non si è mostrato, alimentando dubbi sulle condizioni di salute), non lascia spazio a interpretazioni: “Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i Paesi della regione chiudano le basi americane. Non ci arrenderemo mai, vendicheremo il sangue dei nostri martiri”. Parole pesanti, che fanno subito il giro del mondo. E la chiusura dello Stretto, crocevia per il petrolio, rischia di scuotere l’economia globale.

    Pioggia di bombe: oltre 200 obiettivi nel mirino IDF

    Nel frattempo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) fanno sapere di aver lanciato “20 attacchi su larga scala nell’Iran centrale e occidentale”, colpendo “oltre 200 obiettivi del regime terroristico iraniano”. Tra questi, dicono i portavoce, ci sarebbero lanciamissili balistici, sistemi di difesa e fabbriche di armi. Le operazioni sarebbero scattate tra la tarda serata del 12 marzo e le prime ore del 13. Dall’Iran, però, nessuna conferma indipendente sulle zone colpite o sui danni reali.

    Il conflitto si allarga: raid a Beirut, vittime in Iraq

    La crisi, intanto, non si ferma ai confini iraniani. Prima che a Teheran piovessero le bombe, l’IDF aveva colpito un esponente di Hezbollah a Beirut, nel sud della capitale libanese. Un attacco che rischia di allargare ancora di più il fronte della guerra. E non è tutto: dal nord dell’Iraq, precisamente da Erbil, arriva la notizia di un soldato francese ucciso in un attacco armato. A confermarlo è stato il presidente Emmanuel Macron, che ha espresso il suo cordoglio sui social.

    Il mondo guarda con ansia. Teheran aspetta il domani

    Fuori dall’Iran, cresce la preoccupazione. Fonti diplomatiche europee, raggiunte nella notte, parlano di un “momento delicatissimo” e temono che la chiusura dello Stretto di Hormuz possa far schizzare i prezzi dell’energia. Gli Stati Uniti per ora tacciono, nessun commento ufficiale sugli attacchi attribuiti alle proprie forze e a Israele.

    Nelle strade di Teheran l’ansia è palpabile. Molte famiglie hanno passato la notte nei seminterrati o nei parcheggi dei condomini, nel timore di nuovi raid. Al momento, la situazione resta incerta, e nessuno vede segnali di calma all’orizzonte. Una domanda rimbalza di bocca in bocca tra i residenti: “Cosa succederà domani?”. La risposta, per ora, non c’è.

  • Lavoro negli Stati Uniti: a febbraio tagliati 92.000 posti e la disoccupazione raggiunge il 4,4%

    Lavoro negli Stati Uniti: a febbraio tagliati 92.000 posti e la disoccupazione raggiunge il 4,4%

    Gli Stati Uniti hanno perso 92.000 posti di lavoro a febbraio 2026. Un colpo di scena che ha spiazzato analisti e addetti ai lavori. Il dato, diffuso all’alba dal Dipartimento del Lavoro di Washington, segna un deciso rallentamento rispetto a gennaio, quando l’occupazione era cresciuta di 126.000 unità. Anche le previsioni degli economisti sono saltate: si attendeva infatti un aumento di circa 59.000 posti. Invece, il saldo è negativo e il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%, leggermente sopra il 4,3% di gennaio e più alto del previsto.

    Mercato del lavoro in frenata, Wall Street fiuta il rischio

    La notizia, arrivata puntuale alle 8:30 del mattino, ha subito fatto il giro dei principali centri finanziari americani. A Wall Street, l’aria si è fatta pesante: operatori e investitori hanno reagito con cautela. “Non ci aspettavamo una frenata così netta”, ammette John Miller, analista di Morgan Stanley, raggiunto al telefono nella sede di Midtown Manhattan. Il Dipartimento del Lavoro punta il dito soprattutto contro manifattura e servizi, dove il calo è stato più marcato, specie tra le piccole imprese.

    Perché il lavoro cala: incentivi finiti e tassi più alti

    Cosa sta succedendo? Gli esperti vedono diverse cause dietro questa battuta d’arresto. Da un lato, la fine degli incentivi fiscali introdotti nel 2025 ha tolto ossigeno agli investimenti privati. Dall’altro, l’aumento dei tassi deciso dalla Federal Reserve tra dicembre e gennaio ha reso più difficile ottenere credito. “Il mercato del lavoro americano sta tirando il fiato dopo due anni di corsa,” spiega Lisa Carter, docente di economia all’Università di Chicago. In particolare, le aziende nel Midwest e lungo la costa Est segnalano difficoltà a trovare personale qualificato.

    Disoccupazione in aumento: famiglie in difficoltà

    L’aumento del tasso di disoccupazione al 4,4%, il picco più alto dal settembre 2024, si fa sentire soprattutto tra le famiglie più fragili. Nelle periferie di Detroit e Cleveland, la crisi morde: in tanti raccontano di aver perso il lavoro da poco. “Mi hanno licenziato senza preavviso,” racconta Mark Johnson, ex operaio in una fabbrica dell’Ohio. Secondo i numeri del Dipartimento del Lavoro, la durata media della disoccupazione è salita a 13 settimane, contro le 11 di fine 2025.

    Casa Bianca sotto pressione, la Fed non si sbilancia

    La Casa Bianca ha fatto sapere, con una nota diffusa nel pomeriggio, di seguire la situazione da vicino. “Stiamo monitorando attentamente la situazione e siamo pronti a intervenire con misure mirate,” si legge nel comunicato firmato dalla portavoce Karine Jean-Pierre. Dal Tesoro, Janet Yellen ribadisce la necessità di “rafforzare il sostegno alle imprese innovative e ai lavoratori in transizione.” Intanto, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell frena sulle ipotesi di tagli ai tassi: “Valuteremo l’evoluzione dell’economia nelle prossime settimane,” dice durante un’audizione al Congresso.

    Cosa aspettarsi ora: ripresa o stagnazione?

    Gli economisti restano divisi sulle prospettive del mercato del lavoro USA. C’è chi vede una lenta ripresa già dalla primavera, grazie ai nuovi investimenti in tecnologia e rinnovabili. Altri temono che la domanda interna ancora debole possa prolungare la fase di stallo. “Molto dipenderà dalle mosse della Federal Reserve e dalla capacità del governo di sostenere i consumi,” sottolinea Carter. Intanto, nei centri per l’impiego di New York e Los Angeles si allungano le code: un segnale che la crisi sul lavoro potrebbe non essere passeggera.

    L’onda lunga sui mercati mondiali

    La frenata dell’occupazione negli Stati Uniti si fa sentire anche fuori dai confini. In Europa, le Borse hanno aperto in ribasso dopo la pubblicazione dei dati americani. Gli analisti temono effetti a catena sulle esportazioni e sui movimenti di capitali. “Quando l’America rallenta, il resto del mondo non può restare indifferente,” osserva un trader della City di Londra. Per ora, però, da Washington escludono misure d’emergenza: la parola d’ordine resta prudenza, almeno fino ai prossimi dati sul lavoro attesi per aprile.

  • Vertice a Chigi: il governo si confronta con Gualtieri e Rocca sulle nuove sfide per Roma Capitale

    Vertice a Chigi: il governo si confronta con Gualtieri e Rocca sulle nuove sfide per Roma Capitale

    Scontro a Palazzo Chigi sul ddl Roma Capitale: faccia a faccia Governo, Gualtieri e Rocca

    Si è chiuso oggi, martedì 26 febbraio 2026, intorno alle 14.15, il vertice a Palazzo Chigi tra il Governo, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Quasi due ore di confronto serrato, iniziato poco dopo mezzogiorno, con un solo argomento in agenda: il disegno di legge su Roma Capitale, che dovrebbe arrivare in Aula nelle prossime settimane. Un appuntamento cruciale per la riforma della città, con l’obiettivo di dare più forza ai poteri amministrativi e finanziari della Capitale.

    Poteri speciali e soldi: il cuore della trattativa

    Stando a quanto filtra dai presenti, la discussione si è concentrata soprattutto su quali poteri speciali assegnare a Roma e su come trovare le risorse necessarie. Gualtieri, arrivato a Palazzo Chigi poco prima delle 12, è stato chiaro: “Servono strumenti veri per governare una città complessa come Roma”, ha detto, ricordando che la Capitale ha problemi e bisogni diversi rispetto agli altri comuni. Sulla stessa linea Rocca, che ha parlato di “un’occasione per rafforzare il ruolo di Roma anche sul piano internazionale”.

    Il Governo, rappresentato dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dal ministro Roberto Calderoli, ha ascoltato le richieste di Comune e Regione. “C’è la volontà di arrivare a un testo condiviso”, fanno sapere da Palazzo Chigi. Ma restano ancora diversi punti delicati, soprattutto su come dividere le competenze tra Comune, Regione e Stato.

    Tempi stretti e prossime mosse

    Il disegno di legge su Roma Capitale dovrebbe arrivare in Parlamento entro metà marzo. Il Governo vuole accelerare, puntando all’approvazione definitiva prima dell’estate. “Roma ha bisogno di certezze e di tempi rapidi”, confida un collaboratore di Gualtieri all’uscita da Palazzo Chigi. Nel testo si parla di deleghe specifiche su urbanistica, trasporti e sicurezza, oltre a una parte dedicata ai fondi.

    Non sono mancati momenti di tensione. Soprattutto Rocca avrebbe insistito per avere più voce in capitolo su alcune decisioni strategiche. “Serve equilibrio tra le istituzioni”, avrebbe detto rivolgendosi ai rappresentanti del Governo.

    Prime reazioni: maggioranza divisa, clima acceso

    Intanto, a Montecitorio e Palazzo Madama già si registrano le prime reazioni. Il Partito Democratico si dice soddisfatto dell’apertura al dialogo. Più prudente il Movimento 5 Stelle, che chiede “trasparenza sui criteri di assegnazione delle risorse”. Fratelli d’Italia, tramite il capogruppo Tommaso Foti, avverte: “Attenzione a non creare doppioni e burocrazia inutile”.

    Il clima è teso ma nessuno si tira indietro. Nei corridoi di Palazzo Chigi si avverte una certa pressione: “Roma non può più aspettare, serve una svolta vera”, sintetizza un funzionario ministeriale che segue da vicino il dossier.

    Perché il ddl Roma Capitale è una partita centrale

    La questione di Roma Capitale torna regolarmente al centro del dibattito politico. Con quasi tre milioni di abitanti e il peso di sede delle principali istituzioni, Roma ha bisogno di una gestione diversa dagli altri capoluoghi. Il disegno di legge mira a superare la frammentazione attuale e a dare al Campidoglio strumenti più rapidi ed efficaci per affrontare problemi come traffico, rifiuti e sicurezza.

    Uno studio della Sapienza, citato dal Campidoglio, parla chiaro: senza poteri speciali, Roma avrebbe perso circa 1 miliardo di euro negli ultimi dieci anni, tra fondi europei sfumati e ritardi nei grandi progetti.

    La partita è aperta: attesa per la Commissione

    Il prossimo passo sarà l’audizione dei rappresentanti degli enti locali in Commissione Affari Costituzionali alla Camera. Solo allora si capirà se le richieste di oggi finiranno davvero nel testo finale. Per ora, sia Gualtieri che Rocca hanno lasciato Palazzo Chigi senza fermarsi dai cronisti. Segno che la trattativa è tutt’altro che chiusa.

    La sfida per Roma Capitale entra ora nel vivo. Nei prossimi giorni sono attesi nuovi incontri tecnici tra Governo, Comune e Regione per limare gli ultimi dettagli. L’obiettivo resta quello di dare alla città regole nuove, all’altezza delle sue ambizioni e dei suoi problemi di ogni giorno.