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  • Daniela Santanchè si dimette: la rinuncia che scuote la politica italiana

    Daniela Santanchè si dimette: la rinuncia che scuote la politica italiana

    Roma, 26 marzo 2026 – Daniela Santanchè ha comunicato le sue dimissioni da ministra del Turismo ieri sera, chiudendo una giornata carica di tensioni e confronti all’interno della maggioranza. La decisione giunge in seguito alla richiesta esplicita della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sollecitato un passo indietro “per sensibilità istituzionale”, dopo le polemiche legate al referendum e alle inchieste che hanno coinvolto la ministra. “Obbedisco”, ha scritto Santanchè nella lettera indirizzata a Palazzo Chigi, citando Garibaldi, ma non senza aggiungere: “Pago anche per gli altri”.

    Un giorno di tensione culminato nelle dimissioni

    La giornata di ieri è iniziata tra i corridoi di Montecitorio e si è conclusa con la lettera di dimissioni, in un clima di attesa e nervosismo palpabile. Solo in serata, dopo ore di consultazioni e pressioni, Santanchè ha deciso di lasciare l’incarico. Nel testo inviato a Meloni, ha messo in chiaro che il suo “certificato penale è immacolato” e che la scelta non è stata dettata solo dalla richiesta della premier, ma anche per evitare di diventare “il capro espiatorio di una sconfitta”, riferendosi al risultato del referendum.

    Secondo fonti parlamentari, la decisione è stata presa anche per prevenire una mozione di sfiducia già programmata per lunedì alla Camera. Un voto che avrebbe potuto mettere in difficoltà una maggioranza già provata da divisioni interne e pressioni dell’opposizione.

    Sostegno e ringraziamenti dalla maggioranza

    Messaggi di sostegno sono arrivati dai vertici di Fratelli d’Italia. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha espresso “vicinanza per il senso di responsabilità dimostrato”, sottolineando come la ministra abbia voluto “eliminare ogni tensione nell’interesse del partito e del centrodestra”. La Russa ha ricordato che la situazione giudiziaria di Santanchè “è priva di condanne e di un semplice rinvio a giudizio nella vicenda ‘cassa integrazione’”.

    Anche il capogruppo FdI al Senato, Lucio Malan, ha definito il gesto “un atto di grande responsabilità”, ringraziando Santanchè per il suo impegno nel rilanciare il turismo italiano. Tra i deputati meloniani, si percepisce un misto di sollievo e amarezza: “Era l’unica strada possibile”, confida un parlamentare vicino alla premier.

    Le opposizioni: “Dimissioni tardive”

    Dall’altra parte, le opposizioni hanno accolto le dimissioni con un applauso in Aula, ma non hanno risparmiato critiche. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha commentato: “Ci sono voluti tre anni e 14 milioni di cittadini che hanno votato no al referendum per far dimettere una ministra responsabile di una truffa Covid ai danni dello Stato”. Anche la capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, ha sottolineato: “Ci sono voluti 14 milioni di no per chiudere questa pessima pagina”.

    Da Italia Viva si parla di “evidente stato di implosione del governo”, mentre Riccardo Magi di Più Europa ironizza: “Da Open to Meraviglia a Open to dimissioni, finalmente”. In Aula, le opposizioni hanno chiesto a Meloni di riferire sulla crisi politica post-referendum e hanno presentato una mozione di sfiducia contro Santanchè.

    Il clima in Parlamento e altre dimissioni

    La giornata è trascorsa tra capannelli e voci su possibili nuove mozioni. Secondo quanto trapelato da ambienti della maggioranza, si era valutata anche l’ipotesi, poi scartata, di una mozione di sfiducia presentata dagli stessi alleati per evitare spaccature pubbliche. Alla fine, la scelta della ministra ha evitato un voto potenzialmente divisivo.

    Nel frattempo, altre dimissioni hanno segnato la giornata politica: la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, ha lasciato l’incarico ammettendo una “grave leggerezza”. Anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è sotto pressione, chiamato a rispondere in Aula alle richieste delle opposizioni.

    Uno scenario politico in continua evoluzione

    A due giorni dal referendum, lo scontro politico resta acceso. La segretaria del Pd, Elly Schlein, parla apertamente di una “crisi profonda” del governo e si dice pronta alle elezioni politiche “in qualunque momento”. Nel frattempo, il centrodestra cerca di ricompattarsi dopo una giornata che ha evidenziato tensioni latenti.

    Resta ora da capire quale sarà il futuro del governo e chi prenderà il posto lasciato da Santanchè al ministero del Turismo. Una cosa è certa: la crisi aperta dalle sue dimissioni segna un nuovo capitolo nella legislatura guidata da Giorgia Meloni.

  • Ruffalo e Rampling protagonisti di un emozionante film sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II

    Ruffalo e Rampling protagonisti di un emozionante film sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II

    Roma, 4 marzo 2026 – Charlotte Rampling e Mark Ruffalo saranno i volti principali di Santo Subito!, il nuovo thriller vaticano diretto dal regista francese Bertrand Bonello. Le riprese sono già in corso tra Roma, Matera, Varsavia e la piccola cittadina polacca di Szczawnica. Il film esplorerà il complesso processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II, intrecciando fede, dubbi e segreti, grazie a un cast internazionale e a una sceneggiatura che porta la firma di Thomas Bidegain, già candidato all’Oscar per “Emilia Perez”.

    Un cast internazionale per un’indagine sulla santità

    Al centro della storia, che si svolge subito dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II nel 2005, troviamo Joseph Murolo, interpretato da Mark Ruffalo. Murolo è un sacerdote americano chiamato a Roma per ricoprire il ruolo di “avvocato del diavolo”, una figura fondamentale nei processi di canonizzazione. Il suo compito consiste nel mettere sotto esame la vita del pontefice, raccogliere testimonianze e scavare nei ricordi e nelle relazioni più intime del Papa polacco. La produzione descrive questo compito come “un labirinto morale” che metterà a dura prova la fede del protagonista.

    Accanto a Ruffalo, Charlotte Rampling interpreterà Anna-Teresa Tymieniecka, una filosofa polacco-americana legata a Giovanni Paolo II da una profonda amicizia intellettuale. I due, nel corso degli anni, si sono scambiati numerose lettere personali, alcune delle quali hanno sollevato dibattiti pubblici e accademici. “È un rapporto denso di domande e confronti”, ha spiegato Bonello durante la presentazione del progetto.

    Dietro le quinte: riprese tra Italia e Polonia

    Le riprese di Santo Subito! sono iniziate a fine febbraio e dureranno circa dieci settimane. La troupe si sposterà tra i palazzi vaticani ricostruiti a Roma, le affascinanti strade di Matera – scelta per alcune scene chiave – e le atmosfere più fredde di Varsavia e Szczawnica. “Volevamo trasmettere il senso di un viaggio sia fisico che spirituale”, ha rivelato il regista francese, noto per opere come “The Beast” e “Saint Laurent”.

    Il cast include anche attori di spicco del cinema europeo: Andrzej Chyra interpreterà Giovanni Paolo II, mentre Cezary Żak sarà Stanisław Dziwisz, segretario personale e storico collaboratore del pontefice. Non mancano Marisa Borini, che sarà la madre di Joseph Murolo, e l’attore francese Adam Bessa, scelto per il ruolo di Mehmet Ali Ağca, l’uomo che nel 1981 tentò di assassinare il Papa in piazza San Pietro.

    Un thriller tra fede e dubbi

    La sceneggiatura, co-firmata da Bonello e Bidegain, si concentra sulle indagini di Murolo. Il sacerdote raccoglie testimonianze, ascolta amici e critici del Papa, e si confronta con documenti riservati e lettere private. Ogni incontro porta nuove domande: chi era davvero Karol Wojtyła? Quali segreti si celano dietro la sua figura pubblica? E, soprattutto: cosa vuol dire essere santo oggi?

    Secondo le anticipazioni della produzione, il film non darà risposte definitive. Invece, guiderà lo spettatore in un percorso di incertezze e scelte complesse. “Non volevamo un’agiografia”, ha sottolineato Bonello. “Ci interessa il dubbio, la fatica della fede”.

    Attesa per l’uscita nelle sale

    Non è ancora stata annunciata una data ufficiale per l’uscita di Santo Subito! nelle sale italiane ed europee. L’obiettivo – spiegano fonti vicine alla produzione – è completare la post-produzione entro l’autunno 2026, per poter presentare il film nei principali festival internazionali.

    Intanto, cresce l’attesa attorno a un progetto che promette di riaccendere il dibattito sulla figura di Giovanni Paolo II e sul significato della santità nel mondo di oggi. Un tema che, a vent’anni dalla morte del Papa polacco, continua a dividere fedeli e osservatori laici.

  • Aldo, Giovanni e Giacomo: un viaggio indimenticabile a Roma con Indigo Film

    Aldo, Giovanni e Giacomo: un viaggio indimenticabile a Roma con Indigo Film

    Roma, 4 marzo 2026 – Aldo, Giovanni e Giacomo saranno protagonisti domani del secondo appuntamento della rassegna “Un anno di Indigo Film al cinema”, che si svolgerà al Cinema Caravaggio di Roma. L’evento prevede la proiezione di “Attitudini: nessuna”, un documentario che ha recentemente vinto il Nastro d’argento 2026 come Documentario dell’anno ed è ora in corsa per i David di Donatello. Questo incontro, che attirerà un pubblico variegato, promette di illuminare la storia e le origini del trio comico più amato dagli italiani.

    Le origini del Trio in primo piano

    Il nuovo lavoro di Sophie Chiarello si propone di esplorare la nascita e l’evoluzione di Aldo, Giovanni e Giacomo con uno sguardo sincero e ravvicinato. “Abbiamo cercato di mostrare la loro umanità, la fatica e la complicità che li ha uniti per anni”, ha detto la regista in una recente intervista. Il documentario, già apprezzato da critica e pubblico, si distingue per il suo approccio intimo, con immagini d’archivio, conversazioni informali e momenti privati. “Non volevamo un racconto celebrativo, ma qualcosa che coinvolgesse lo spettatore nella loro storia”, ha aggiunto Chiarello.

    Un pomeriggio di cinema e musica

    La rassegna, organizzata da Indigo Film, include anche “Rino Gaetano sempre più blu”, un documentario di Giorgio Verdelli. Già noto per i suoi lavori su Enzo Jannacci e Paolo Conte, questa volta il regista si concentra su uno dei cantautori più liberi e anticonformisti della scena italiana. Il film presenta testimonianze inedite, tra cui i ricordi di Lucio Dalla, Lucio Corsi e Claudio Santamaria. Verdelli sarà presente in sala insieme a Tommaso Labate, giornalista e co-autore del progetto. “Raccontare Gaetano significa dare voce a chi non ha mai voluto essere etichettato”, ha confidato Verdelli durante la presentazione milanese.

    Cinema d’autore e relazioni in crisi

    A chiudere la giornata ci sarà “L’isola di Andrea”, l’ultimo film di Antonio Capuano, presentato alla scorsa Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Nel cast, si fanno notare nomi come Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni. La pellicola affronta la crisi di coppia attraverso gli occhi di un bambino, una prospettiva che Capuano definisce “necessaria per comprendere cosa succede quando una famiglia si frantuma”. Il film ha suscitato l’interesse della critica veneziana ed è uno dei titoli più attesi della stagione.

    Un evento aperto a tutti

    La rassegna “Indigo Film per i David di Donatello 2026” proseguirà lunedì 9 marzo con il terzo e ultimo appuntamento, che prevede la proiezione di “Breve storia d’amore” e “Il maestro”. In sala sono attesi ospiti come Pierfrancesco Favino, Adriano Giannini, Ludovica Rampoldi e Andrea Di Stefano. L’ingresso è aperto al pubblico con un biglietto speciale di 5 euro, comprensivo di food and drink, mentre per i giurati del David l’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti.

    Marzo: un mese di cinema condiviso

    Questa iniziativa, che punta a valorizzare le produzioni italiane in corsa per i principali premi dell’anno, si conferma come uno degli eventi più seguiti della stagione romana. “C’è voglia di tornare in sala, di vedere film insieme e discuterne subito dopo”, ha osservato una spettatrice all’uscita dal Caravaggio. E, tra documentari d’autore e storie che toccano il cuore del pubblico, marzo si preannuncia ricco di occasioni per chi ama il grande schermo italiano.

  • Fortis Edison: la nautica continua a crescere nonostante il conflitto in Medio Oriente

    Fortis Edison: la nautica continua a crescere nonostante il conflitto in Medio Oriente

    Nautica italiana, l’export vola oltre 4 miliardi: il Medio Oriente resta protagonista, guerra o non guerra

    La guerra in Medio Oriente invita alla prudenza, ma non sembra frenare la corsa della nautica italiana. A dirlo è Marco Fortis, vicepresidente di Fondazione Edison, durante la presentazione del rapporto “La Nautica in Cifre Monitor – Trend di mercato 2025/2026”, realizzato insieme all’Ufficio Studi di Confindustria Nautica. L’appuntamento si è svolto ieri a Milano, tra preoccupazioni per le tensioni nell’area del Golfo e la consapevolezza che il Made in Italy resta un punto fermo nel settore.

    Export italiano: numeri da record, la nautica non si ferma

    I numeri parlano chiaro: la nautica italiana è tra i leader mondiali dell’export. Nell’ultimo anno – tra novembre 2024 e ottobre 2025 – le esportazioni hanno sfondato quota 4 miliardi di euro, uno dei risultati migliori di sempre. “Siamo sul gradino più alto del podio tra gli esportatori globali”, ha detto Fortis, “e siamo tra le eccellenze del commercio estero italiano”. Negli ultimi dieci anni, il settore ha messo a segno una delle crescite più forti: il quinto posto tra i comparti con esportazioni sopra i 2 miliardi nel 2024.

    Medio Oriente, il secondo motore dell’export dopo gli USA

    Il Medio Oriente resta uno sbocco centrale per la nautica Made in Italy, subito dopo gli Stati Uniti. Il rapporto fotografa un valore complessivo delle esportazioni italiane nella regione di circa 28 miliardi di euro. In testa ci sono gli Emirati Arabi Uniti (8 miliardi), poi Arabia Saudita (5 miliardi), Israele (3 miliardi), seguiti da Qatar e Kuwait. “Dopo gli Usa, il Medio Oriente è il nostro secondo mercato”, ha ricordato Fortis. E la presenza italiana non si limita alle barche: anche scarpe, mobili, gioielli e persino trucchi per gli occhi popolano i grandi centri commerciali di Dubai e Riyad.

    Tensioni in zona, ma i mercati tengono

    La crisi in Iran e le tensioni nell’area si fanno sentire anche nei due principali mercati della nautica italiana, Emirati e Arabia Saudita. Nonostante tutto, secondo Fortis, “queste economie sono molto più solide di altre della zona” e godono di una certa stabilità politica. “Non mi aspetto stravolgimenti”, ha aggiunto. Certo, investitori, finanza e turismo si muovono con più attenzione in attesa di vedere come evolverà la situazione.

    Domanda forte e Made in Italy che resiste

    Anche con l’incertezza geopolitica, la domanda di prodotti italiani resta alta. “C’è una tenuta sia delle economie locali sia della nostra capacità di vendere”, spiega Fortis. La qualità del Made in Italy – dalle barche agli articoli di lusso – continua a conquistare, anche nei momenti più difficili. Nei saloni nautici di Abu Dhabi e Jeddah, raccontano gli operatori, l’interesse per le barche italiane non è mai calato, nemmeno nei mesi più complicati.

    Sguardo al 2026: prudenza, ma il settore non si ferma

    Guardando avanti, il settore si muove con i piedi di piombo, ma senza allarmi. “Siamo in grado di mantenere il ritmo di esportazioni visto finora”, assicura Fortis. Le aziende restano attente ai venti geopolitici, ma puntano sulla forza dei rapporti costruiti nel tempo. Nei cantieri della Liguria e della Toscana si respira un cauto ottimismo: le commesse ci sono e il Made in Italy sembra reggere anche quando il mare si fa mosso.

  • Un nuovo film sul Trono di Spade in arrivo da Warner Bros

    Un nuovo film sul Trono di Spade in arrivo da Warner Bros

    Roma, 4 marzo 2026 – Il mondo di Trono di Spade è pronto a sbarcare al cinema. La Warner Bros. ha annunciato di essere al lavoro su un film ispirato alla celebre serie HBO, con la sceneggiatura affidata a Beau Willimon, noto per “House of Cards” e “Andor”. La notizia, diffusa nei giorni scorsi attraverso un post di George R. R. Martin su The Hollywood Reporter, conferma che si tratterà di un kolossal, in linea con produzioni come “Dune”.

    Un film nell’universo di Westeros

    Il nuovo film di Trono di Spade sarà ambientato nell’affascinante universo fantasy creato da George R. R. Martin. Si concentrerà sulla storica conquista di Westeros da parte di Aegon I Targaryen, un periodo che finora è stato solo accennato nella serie e nei romanzi. La scelta di Willimon come sceneggiatore fa ben sperare: è noto per la sua abilità nel mescolare politica e dramma, il che promette una narrazione ricca e sfumata.

    Questa notizia arriva in un momento delicato per la Warner Bros., che sta affrontando incertezze legate alla possibile vendita dello studio a Paramount Skydance. Fonti vicine alla produzione fanno sapere che la presenza di David Ellison, capo di Paramount e fan della saga, potrebbe essere un segnale positivo per il futuro del progetto e per i vari spin-off in cantiere.

    Un sogno che si avvera dopo anni

    L’idea di portare Trono di Spade sul grande schermo non è una novità. Già nel 2013, gli showrunner della serie originale, David Benioff e D. B. Weiss, avevano proposto a HBO di concludere la saga con tre film, seguendo l’esempio del “Signore degli Anelli”. Tuttavia, la rete decise di puntare su un modello basato sugli abbonamenti, scartando l’idea cinematografica.

    Ora, a più di dieci anni dalla prima stagione e a quasi sette dalla conclusione della serie, il progetto sembra finalmente prendere forma. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, HBO e la divisione cinema della Warner stavano lavorando a versioni parallele della storia della conquista targaryen, in una sorta di “gara interna” per trovare il racconto più avvincente.

    Spin-off e futuro del franchise

    Il futuro del franchise è in fermento. Oltre al film su Aegon I, ci sono diversi prequel e sequel in fase di sviluppo: si parla di storie incentrate su personaggi amati come Arya Stark e Jon Snow. Fonti interne alla produzione hanno rivelato che si punta a espandere l’universo narrativo senza snaturarne l’identità, cercando di coinvolgere sia i fan storici che un nuovo pubblico.

    Tuttavia, ci sono ancora alcune incognite legate alla ristrutturazione della Warner. La trattativa con Paramount Skydance potrebbe influenzare tempistiche e strategie, anche se, come ha confidato un dirigente vicino alla situazione, “l’interesse per il mondo creato da Martin è altissimo, sia sul piano creativo che commerciale”.

    Attesa e reazioni dei fan

    L’annuncio del film ha già scatenato reazioni tra i fan, che sui social si dividono tra entusiasmo e cautela. C’è chi spera in una trasposizione fedele delle atmosfere cupe e dei colpi di scena che hanno reso celebre la serie, mentre altri temono un’operazione troppo commerciale. “Siamo pronti a tornare a Westeros, ma vogliamo rispetto per la storia”, ha scritto un utente su X (ex Twitter), riassumendo il sentimento diffuso tra gli appassionati.

    Per ora, non ci sono informazioni né sul cast né su una data d’uscita ufficiale. Tuttavia, secondo indiscrezioni raccolte negli ambienti hollywoodiani, la produzione potrebbe partire già entro la fine del 2026. Solo allora si capirà se il passaggio dal piccolo al grande schermo saprà conquistare anche i fan più esigenti.

  • Ritorno all’Islam: la sorprendente storia di due donne da Londra alla Siria

    Ritorno all’Islam: la sorprendente storia di due donne da Londra alla Siria

    Londra, 4 marzo 2026 – Due adolescenti musulmane, una fuga verso la Siria, un viaggio che si interrompe al confine turco. È questa la storia di “Brides – Giovani spose”, il film d’esordio della regista teatrale Nadia Fall, che arriverà nelle sale italiane il 5 marzo. La pellicola, che si muove tra cronaca e introspezione, esplora senza moralismi il fenomeno delle giovani donne occidentali attratte dalla radicalizzazione islamica, ispirandosi a fatti realmente accaduti nell’East London.

    Due ragazze, una scelta estrema

    Doe e Muna sono due ragazze musulmane cresciute nel Regno Unito. Doe, interpretata dall’esordiente Ebada Hassan, ha quindici anni e vive a Londra, dove sperimenta episodi di razzismo e isolamento. Online, si avvicina a contenuti che la spingono verso un’interpretazione radicale dell’Islam. Muna (Safiyya Ingar), invece, proviene da una famiglia pakistana tradizionale e vive all’ombra di un fratello autoritario. Due caratteri opposti: la prima è timida e introversa, la seconda ribelle e spavalda. Eppure, entrambe si sentono estranee in una società britannica che non le accoglie.

    La loro decisione di lasciare tutto nasce dal desiderio di trovare un posto dove sentirsi finalmente comprese. “Erano solo giovani ragazze musulmane in una comunità che non le capisce né le sostiene”, ha spiegato Nadia Fall, evidenziando come la stampa britannica abbia spesso raccontato storie simili con toni duri e privi di empatia.

    Un viaggio interrotto tra Londra, Istanbul e il confine siriano

    Il film segue il cammino delle due ragazze dalla capitale inglese fino a Istanbul, dove però l’intermediario che avrebbe dovuto accompagnarle oltre il confine non si presenta. Da quel momento, Doe e Muna si trovano sole in una città sconosciuta, costrette ad affrontare imprevisti e sfide. La regista sceglie di raccontare questa parte del viaggio con uno sguardo attento, senza condanne né assoluzioni.

    In questo frangente, tra ripensamenti e flashback, le due giovani si avvicinano davvero: la paura, la solitudine e la speranza di una nuova vita le uniscono più di quanto avrebbero mai immaginato. La narrazione si interrompe poco dopo il passaggio in Siria, davanti ai primi soldati dell’ISIS e alle donne in chador. Una scelta narrativa chiara: “Mi affascinano quegli anni dell’adolescenza, in cui l’amore e la perdita si sentono così intensamente”, ha confidato Nadia Fall. “Il nostro cervello è programmato per prendere decisioni impulsive e rischiose, senza pensare alle conseguenze. È un miracolo che qualcuno di noi riesca a sopravvivere alla propria giovinezza!

    Radici personali e riflessione collettiva

    La nascita del film affonda nelle esperienze personali della regista. Nata nel Regno Unito da una famiglia del Sud Est asiatico e di fede musulmana, Nadia Fall ha spesso evitato storie legate alla propria comunità per paura di essere fraintesa o stigmatizzata. “Ho temuto di essere etichettata o di sbagliare, causando risentimento o diventando bersaglio di razzismo”, ha ammesso. Tuttavia, il bisogno di dare voce a queste vicende è diventato sempre più forte: “Credo che questa storia debba essere raccontata”.

    L’ispirazione è arrivata leggendo la cronaca di due studentesse dell’East London che nel 2015 lasciarono la scuola per unirsi all’ISIS in Siria. Un caso che ha scosso l’opinione pubblica britannica, accendendo un acceso dibattito su identità, integrazione e radicalizzazione giovanile.

    Un film senza giudizi, tra politica e religione

    “Brides – Giovani spose” evita ogni giudizio morale. La narrazione resta aperta, lasciando allo spettatore il compito di interrogarsi sulle cause profonde che spingono alcune ragazze a scelte così estreme. Il film si muove tra implicazioni politiche e religiose senza mai cadere nella retorica o nel sensazionalismo.

    Nadia Fall invita a guardare oltre i titoli dei giornali: “Non veniva fatto alcun tentativo di capire queste ragazze”, ha spiegato durante la presentazione del film a Londra. La sua opera diventa così uno specchio delle contraddizioni della società occidentale contemporanea, dove il senso di appartenenza può trasformarsi in una ricerca disperata di identità.

    L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 5 marzo. Un appuntamento che promette di riaccendere il dibattito su temi delicati come integrazione, radicalizzazione e libertà personale.

  • Esce il film ‘La Sposa!’: scopri il mostro che è in noi

    Esce il film ‘La Sposa!’: scopri il mostro che è in noi

    Roma, 4 marzo 2026 – Domani arriva nelle sale italiane “La Sposa!”, il nuovo film di Maggie Gyllenhaal, prodotto da Warner Bros. Questa pellicola riporta alla ribalta la figura femminile nata dall’immaginario di Mary Shelley. Ambientato nella Chicago degli anni Trenta, il film vede Jessie Buckley nel ruolo della Sposa e Christian Bale in quello del Mostro. La regista ha spiegato che l’idea è nata dall’urgenza di “dare voce a chi non ne ha mai avuta”.

    La voce negata della Sposa di Frankenstein

    “Ho visto ‘La sposa di Frankenstein’, il classico del 1935, e mi sono resa conto che la protagonista, pur così intensa grazie a Elsa Lanchester, dice appena due battute. Non ha voce”, ha raccontato Gyllenhaal durante una conferenza stampa virtuale. Da questa riflessione è partita la sua ricerca: “Mi sono chiesta cosa potesse pensare o provare una donna riportata in vita senza consenso, destinata a un marito mai visto”. Un interrogativo che, secondo la regista, era rimasto in sospeso per quasi due secoli.

    Un cast di stelle e anni di lavoro

    Il progetto ha richiesto oltre quattro anni di lavoro. Accanto a Buckley e Bale, nel film recitano Peter Sarsgaard, Annette Bening (nel ruolo della scienziata Dr. Euphronious), Penélope Cruz e Jake Gyllenhaal. La trama si concentra sulla richiesta del Mostro: una compagna, una creatura capace di condividere la sua solitudine. “Dopo aver visto il film originale – ha confidato Gyllenhaal – sono corsa in libreria. Ho una laurea in letteratura inglese, ma non avevo mai letto ‘Frankenstein’. È un libro incredibile. Eppure, chiusa l’ultima pagina, ho iniziato a chiedermi se Mary Shelley avesse altro da dire. Qualcosa che nel 1820 non solo era impossibile pubblicare, ma anche solo pensare”.

    Jessie Buckley: “Una donna con un proprio linguaggio”

    A dar vita e voce alla nuova Sposa è Jessie Buckley, già candidata agli Oscar per il ruolo da protagonista in “Hamnet” di Chloé Zhao. “Ho girato ‘La Sposa!’ prima di ‘Hamnet’ – ha spiegato l’attrice – e le due esperienze si sono influenzate. La donna che emerge all’inizio di ‘Hamnet’ è quella che ho creato in me stessa con ‘La Sposa!’: una donna con un proprio linguaggio, pronta ad amare alle sue condizioni”. Buckley ha accettato il ruolo senza esitazioni: “È un’opportunità incredibile dare voce a qualcuno a cui non era stato permesso parlare prima. La macchia d’inchiostro che porto sulla bocca e sul corpo simboleggia le parole ritrovate che l’autrice non ha potuto scrivere duecento anni fa”.

    Un film senza confini tra gotico e pop

    “La Sposa!” sfida le etichette di genere. Gyllenhaal ha voluto mescolare toni gotici, abiti pop, balletti e sequenze d’azione. “Volevo un mix inedito, senza etichette precise”, ha chiarito la regista, che in passato ha recitato in film come “Crazy Heart” e “Il cavaliere oscuro”, oltre ad aver prodotto la serie “The Deuce”. “Amo Tim Burton, ma questo non è un film di Tim Burton”, ha sottolineato con un sorriso.

    Un messaggio attuale: riconoscere il proprio mostro

    Il cuore del film, secondo Gyllenhaal, è un invito a riconoscere le parti di noi stessi che la società tende a nascondere. “Questo film celebra le parti di noi che non possono entrare nella scatola in cui ci hanno detto di stare”, ha affermato la regista. “Tutti abbiamo lati mostruosi. Possiamo fuggirli o possiamo voltare loro le spalle e stringere la mano”. Un messaggio che risuona anche nelle parole di Buckley: “La Sposa non viene riportata in vita con un’idea definita di sé. È viva e mostruosa nel senso più selvaggio e brillante. Non urla ‘No’, si chiede: dove sono? Cos’è l’amore? Cos’ho da dire a questo mondo?”.

    “La Sposa!” arriva nei cinema italiani il 5 marzo, pronta a riaccendere il dibattito su identità, consenso e libertà femminile attraverso una storia che – tra passato e presente – continua a interrogare il pubblico.

  • Mogol atterra a Roma in elicottero dei Vigili del Fuoco, Piantedosi lo difende dalle polemiche

    Mogol atterra a Roma in elicottero dei Vigili del Fuoco, Piantedosi lo difende dalle polemiche

    Mogol atterra a Roma sull’elicottero dei Vigili del Fuoco: pioggia di polemiche

    Giulio Rapetti, meglio noto come Mogol, è arrivato a Roma la mattina del 27 febbraio 2026 a bordo di un elicottero dei Vigili del Fuoco. Era reduce dal premio alla carriera ricevuto al Festival di Sanremo. La scelta del velivolo, che ha portato Mogol e la moglie dalla Liguria alla Capitale per la festa del Corpo nazionale, ha scatenato un putiferio politico e sindacale. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha subito preso le difese del paroliere: “Un monumento nazionale”, l’ha definito. Ma l’Usb Vigili del Fuoco e diversi politici hanno gridato allo scandalo, parlando di “fatto gravissimo”.

    Da Sanremo a Roma: premio, festa e onorificenza

    Dopo la standing ovation all’Ariston, dove ha ricevuto il premio alla carriera e ascoltato l’inno dei Vigili del Fuoco da lui stesso scritto, Mogol è volato a Roma. Doveva partecipare alla prima festa in onore del Corpo. Il tutto si è svolto al Teatro Argentina, nel cuore della Capitale, davanti a istituzioni e autorità. In quell’occasione, Mogol è stato nominato vigile del fuoco ad honorem. “Il viaggio in elicottero è andato alla grande, i vigili del fuoco sono persone splendide, meravigliose e meritano il ringraziamento di tutti”, ha confidato ai giornalisti.

    Scoppia la bufera: “Elicottero usato come taxi”

    La notizia dell’elicottero dei Vigili del Fuoco messo a disposizione di Mogol ha fatto il giro del Paese e subito sono partite le reazioni. Il consigliere regionale ligure del Pd, Simone D’Angelo, non ha nascosto il suo stupore: “Leggere che l’elisoccorso per i cittadini liguri è stato usato come taxi speciale per un noto paroliere lascia sconcertati”, ha detto. D’Angelo ha chiesto spiegazioni al governatore Giovanni Toti e al Ministero dell’Interno, chiedendosi se il servizio per i cittadini sia stato messo in secondo piano.

    Anche il sindacato Usb Vigili del Fuoco è stato netto: “Un mezzo di soccorso, pagato con soldi pubblici e destinato a salvare vite, è stato impiegato per scopi che nulla hanno a che vedere con la missione del Corpo”, si legge in una nota. Il sindacato ha ricordato che ogni ora di volo costa cara in carburante, manutenzione e personale.

    Piantedosi risponde: “Solite polemiche”

    Non si è fatta attendere la replica del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Davanti ai cronisti, ha tirato dritto: “Siamo felicissimi di aver avuto Mogol con noi e lo ringraziamo per quanto ci ha dato. Il resto sono le solite polemiche. Parliamo di un grandissimo artista, un monumento nazionale che ha regalato la sua arte anche ai Vigili del Fuoco. Gli siamo profondamente grati”.

    Piantedosi ha ribadito che la presenza di Mogol è stato un riconoscimento per tutto il Corpo, ricordando il dono dell’inno ufficiale.

    Mogol taglia corto: “Viaggio perfetto, grazie ai pompieri”

    All’uscita dal Teatro Argentina, Mogol non si è lasciato trascinare nella polemica. “Viaggio ottimo, i pompieri sono splendidi”, ha ripetuto ai giornalisti, stringendo mani e sorridendo. Nessuna parola sulle critiche politiche o sindacali. Solo ringraziamenti per chi lo ha accompagnato da Sanremo a Roma.

    Polemica ancora calda

    La questione dell’elicottero dei Vigili del Fuoco usato per motivi non legati al soccorso continua a far discutere. Da una parte c’è chi parla di un tributo meritato a una figura chiave della musica italiana. Dall’altra chi teme che si apra un precedente pericoloso nell’uso delle risorse destinate alle emergenze. Al momento non risultano indagini ufficiali. Ma il caso, tra dichiarazioni e malumori, è tutt’altro che chiuso.

  • Le leggendarie chitarre del rock all’asta da Christie’s

    Le leggendarie chitarre del rock all’asta da Christie’s

    La collezione di chitarre e strumenti storici appartenuta al miliardario americano Jim Irsay — già patron degli Indianapolis Colts — si prepara a cambiare volto. Gli eredi hanno deciso: tutto va all’asta da Christie’s a New York, dal 12 al 14 marzo 2026, con una sessione online dal 3 al 17 marzo. Un’eredità che, oltre a essere un tesoro per appassionati, è diventata anche una vera miniera d’oro per chi investe in cimeli e memorabilia.

    Manhattan si accende: la collezione Irsay va all’incanto

    Basta scorrere la lista dei nomi in catalogo per capire la portata dell’evento: tutti e quattro i Beatles, Bob Dylan, David Gilmour, Jerry Garcia, Kurt Cobain, Prince, Johnny Cash, Janis Joplin. E, dal mondo del jazz, mostri sacri come John Coltrane e Miles Davis. Christie’s ha messo in piedi quattro sessioni in sala e una parte digitale, con stime che in certi casi sfiorano — o superano — i milioni di dollari.

    Il tutto si svolge nel cuore di Manhattan, e non è un caso. In queste settimane, tra addetti ai lavori e collezionisti (spesso accompagnati da esperti), l’atmosfera è quella delle grandi occasioni: si aprono custodie, si controllano numeri di serie, si sussurrano domande. E si prende appunti. “Questi strumenti ormai hanno una vita propria”, ripetono in Christie’s. Qui il confine tra oggetto e reliquia si fa sottile.

    Cobain in vetrina: la Mustang di “Smells Like Teen Spirit” punta ai 5 milioni

    Tra i pezzi che attirano più sguardi c’è lei: la Fender Mustang mancina del 1969 che Kurt Cobain imbracciava nel celebre video di “Smells Like Teen Spirit”. Per questa chitarra, Christie’s spara una stima tra 2,5 e 5 milioni di dollari. Cifre che dicono molto: qui non si paga solo il materiale, né soltanto il suono. Si compra l’icona, il fotogramma, il simbolo di un’epoca.

    Gli operatori del settore lo confermano: la domanda è tenuta alta da vari fattori. Pochi pezzi certificati in circolazione, tanta nostalgia trasversale che muove nuovi capitali, soprattutto tra Millennials e Generation X, oggi più “liquidi” di qualche anno fa. Un mercante americano, durante una preview, la mette giù semplice: “Non cercano una chitarra qualsiasi. Vogliono quella”.

    Clapton, Harrison e Lennon: non solo Cobain

    La partita non si gioca solo sulle note di Cobain. In catalogo spuntano anche la Gibson SG del 1964 “The Fool” di Eric Clapton, che viaggia intorno al milione, e una Gibson SG appartenuta a George Harrison. Poi c’è la storia che fa la differenza: la Rickenbacker regalata da John Lennon a Ringo Starr nel 1968, nel pieno delle tensioni delle session di “The White Album”. Un gesto — si racconta — per spronare Ringo a scrivere più brani e ritrovare la calma in studio.

    Sono dettagli come questi che, in un’asta del genere, valgono quasi quanto i certificati. Fanno la differenza i passaggi di mano, le foto d’epoca, le date segnate a matita. Anche le storie di corridoio, magari poco precise, bastano a costruire quella narrazione che fa impennare desiderio — e prezzi.

    La “Black Strat” di Gilmour: leggenda da 4 milioni

    Ma la vera star dell’asta è la “Black Strat” di David Gilmour, una Fender Stratocaster che il chitarrista dei Pink Floyd ha venduto a Irsay nel 2019 per quasi 4 milioni di dollari. Da Christie’s la presentano come uno dei rarissimi strumenti capaci di “rubare la scena” al proprio padrone. E il pedigree qui non si discute.

    Comprata nel 1970 da Manny’s sulla 48ª strada a New York, la “Black Strat” è passata tra le mani di Gilmour in momenti cruciali: l’anfiteatro vuoto di Pompei nel 1971, e poi i grandi album dei Pink Floyd: “Dark Side of the Moon”, “Wish You Were Here”, “Animals”, “The Wall”. All’asta ci sarà anche la custodia originale delle tournée tra il 1979 e la metà degli anni Ottanta. Un dettaglio? Forse. Ma per i collezionisti è quasi un’impronta digitale.

    Chitarre “blue chip”: perché attirano investitori e appassionati

    Le chitarre “blue chip” — spiegano gli esperti — negli ultimi tempi hanno superato, come valore, molti altri oggetti da collezione. Il perché? Non c’è una sola ragione. Alla scarsità e alla nostalgia si aggiunge il fatto che tanti grandi del rock stanno, per forza di cose, avviandosi verso il tramonto della carriera. E il mercato già punta il binocolo su nuovi potenziali lotti “caldi”: Jimmy Page, Keith Richards, Bruce Springsteen.

    Su Springsteen, in particolare, da anni si rincorrono le voci attorno a quella Fender Esquire anni Cinquanta con corpo Telecaster. È la chitarra che campeggia sulla copertina di “Born to Run” e anche su “Wrecking Ball”. Non è mai finita sul mercato, ma — assicurano alcuni — “prima o poi qualcuno busserà alla porta giusta”. Intanto, a New York, le porte di Christie’s sono spalancate. E la storia, una chitarra alla volta, cambia proprietario.

  • Usa avvertono l’Ue: ‘Attenzione al Buy European sulle armi o ci saranno conseguenze’

    Usa avvertono l’Ue: ‘Attenzione al Buy European sulle armi o ci saranno conseguenze’

    Bruxelles, 20 febbraio 2026 – Gli Stati Uniti hanno lanciato un chiaro avvertimento all’Unione Europea: se Bruxelles decidesse di introdurre clausole vincolanti “Buy European” nella revisione delle norme sugli appalti per la difesa, prevista per l’estate, potrebbero arrivare ritorsioni commerciali. La posizione americana, espressa in modo deciso dal Dipartimento della Difesa in un documento inviato alla Commissione Ue, segna un nuovo punto di tensione nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico su un tema cruciale come la sicurezza.

    Washington avverte Bruxelles sulle regole degli appalti

    Il messaggio, arrivato nelle ultime ore al termine della consultazione pubblica avviata da Bruxelles, non lascia margini di interpretazione. “Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica che limiti la capacità delle aziende Usa di accedere al mercato europeo”, si legge nel testo inviato dal Pentagono. Una posizione che, secondo fonti diplomatiche europee, era attesa, ma non con toni così espliciti.

    La revisione delle norme sugli appalti per la difesa è uno dei dossier più delicati sul tavolo della Commissione guidata da Ursula von der Leyen. L’intento dichiarato di molti governi europei – con Francia e Italia in prima fila – è quello di rafforzare l’industria europea, specialmente alla luce delle attuali tensioni geopolitiche e della necessità di una maggiore autonomia strategica. Tuttavia, l’idea di introdurre clausole “Buy European” – che favorirebbero le imprese Ue nelle gare pubbliche – ha subito suscitato preoccupazioni a Washington.

    Il rischio di una guerra commerciale sulla difesa

    Secondo il Dipartimento della Difesa americano, un approccio protezionista sarebbe “sbagliato” e potrebbe scatenare una spirale di ritorsioni. In particolare, gli Stati Uniti minacciano di rivedere le deroghe previste dal loro “Buy American Act”, la legge che già impone restrizioni all’accesso delle aziende straniere agli appalti pubblici federali. Se Bruxelles decidesse di chiudere le porte alle aziende americane, Washington potrebbe fare lo stesso, limitando ulteriormente l’accesso ai gruppi europei.

    Potremmo essere costretti a limitare l’accesso agevolato delle aziende Ue ad alcune gare”, afferma il documento. Una prospettiva che preoccupa non solo i grandi gruppi industriali – da Leonardo a Airbus – ma anche diversi governi europei, consapevoli della forte interdipendenza tra Europa e Stati Uniti nel settore della difesa.

    Le reazioni in Europa e il calendario della riforma

    A Bruxelles, la questione divide. Da una parte, c’è chi – come il commissario al Mercato interno Thierry Breton – spinge per una maggiore autonomia industriale europea, anche attraverso regole più severe. Dall’altra, alcuni Stati membri temono che una posizione troppo rigida possa danneggiare le relazioni con gli Stati Uniti, partner chiave nella Nato e fornitori di tecnologie strategiche.

    Secondo fonti della Commissione, la consultazione pubblica si è chiusa la scorsa settimana e ora si passerà alla fase tecnica di analisi delle proposte. L’obiettivo è presentare una bozza di riforma entro giugno, con l’adozione definitiva prevista prima della pausa estiva. “Stiamo valutando tutte le opzioni, ma il dialogo con Washington resta aperto”, ha spiegato un funzionario europeo vicino al dossier.

    Un equilibrio difficile tra autonomia e alleanze

    Il nodo resta quello di sempre: come conciliare la spinta verso una maggiore autonomia strategica europea con la necessità di mantenere rapporti solidi con gli alleati americani. Negli ultimi mesi, questo tema è stato al centro di diversi incontri bilaterali e multilaterali, senza però trovare una sintesi condivisa.

    Non possiamo permetterci una guerra commerciale sulla difesa proprio ora”, ha confidato un diplomatico italiano a margine di una riunione a Bruxelles. Eppure, la pressione politica interna – soprattutto in Francia e Germania – spinge per misure più incisive a tutela dell’industria europea.

    Il prossimo passaggio sarà decisivo. Nei palazzi dell’Ue si lavora a una mediazione che eviti lo scontro diretto con Washington, ma non rinunci a rafforzare l’industria continentale. Una partita delicata, che rischia di ridefinire gli equilibri tra Europa e Stati Uniti proprio mentre lo scenario internazionale impone nuove scelte in materia di sicurezza e cooperazione.