Fiato sospeso sui mercati: parte una settimana ad alta tensione, con investitori e analisti che oggi, lunedì 13 aprile 2026, restano con il fiato corto in attesa di capire che piega prenderanno gli eventi dopo il nulla di fatto nel primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran. A far salire ulteriormente la pressione, ci sono le nuove minacce lanciate dal presidente americano: parole pesanti che hanno già lasciato il segno sulle principali borse mondiali. E come se non bastasse, a Washington si aprono le riunioni primaverili del Fondo Monetario Internazionale. Un appuntamento che, mai come in questa fase, rischia di spostare gli equilibri dei mercati nei mesi a venire.
Energia sotto scacco: tensioni e prezzi pazzi
Il cuore del problema resta l’energia. Dopo giornate segnate dall’incertezza, i prezzi di petrolio e gas hanno tirato leggermente il fiato nelle ultime sedute, complice la (vana) speranza di una tregua sul fronte del conflitto. Ma è solo apparenza. Venerdì sera, il greggio del Texas con scadenza a maggio ha chiuso a 96,57 dollari al barile, mentre il Brent con consegna a giugno si è fermato a 95,2 dollari. Numeri che dicono poco, però, se si guarda ai carichi già in viaggio: secondo Bloomberg, il petrolio destinato alle raffinerie asiatiche nelle prossime settimane è stato pagato oltre 140 dollari al barile. Un record.
A confermare il clima di nervosismo ci pensa un trader di una raffineria asiatica, sentito dall’agenzia americana: “Non guardiamo più il prezzo, dobbiamo solo assicurarci i barili per garantire la sicurezza energetica”. La paura? Una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, punto chiave per il traffico mondiale di petrolio, che rischia di lasciare a secco mezzo pianeta.
FMI e inflazione: il momento della verità
Ora l’attenzione si sposta sulle previsioni del Fondo Monetario Internazionale: domani usciranno i nuovi dati macroeconomici. Ad inizio anno si puntava su una crescita globale del 3,3% nel 2026, con gli Stati Uniti al 2,6% e l’Eurozona all’1,3%. Ma lo scenario è cambiato in fretta. Kristalina Georgieva, numero uno dell’FMI, è stata chiara nei giorni scorsi: “Dalla guerra in Iran arriverà uno choc di vasta portata e cicatrici permanenti per l’economia”.
Sotto osservazione resta soprattutto l’inflazione. Le ultime stime vedevano i prezzi nell’Eurozona intorno al 2% tra quest’anno e il prossimo. Ma la volatilità del comparto energetico rischia di mandare all’aria tutte le previsioni. Anche il gas europeo non si è ancora calmato: i contratti, nonostante una tregua temporanea, restano circa il 40% sopra i livelli pre-crisi.
Borse europee: cambia tutto, tra orari lunghi e incognite politiche
In mezzo a questo mare agitato, da oggi scatta una novità tecnica sulle piazze europee dell’energia: contrattazioni estese dalle solite 10 a ben 21 ore al giorno. Una rivoluzione attesa da mesi che, però, arriva proprio ora, nel pieno della tempesta. Gli addetti ai lavori sperano che più ore di scambi possano aiutare a gestire meglio le fasi di maggiore turbolenza.
Ma le sorprese non finiscono qui. Oggi gli occhi sono puntati anche su Budapest, dove si attendono i risultati delle elezioni politiche ungheresi. Secondo alcuni analisti londinesi, un eventuale cambio di rotta in Ungheria potrebbe pesare non poco sulla fiducia degli investitori verso l’intera area euro.
Operatori in trincea: tra paura e attesa
In questo quadro, la parola d’ordine è solo una: cautela. “Siamo in una fase in cui basta una dichiarazione fuori posto per spostare gli equilibri”, ammette un gestore milanese, intercettato da alanews.it poco dopo l’apertura dei mercati asiatici. Il clima è teso: molti preferiscono restare alla finestra, aspettando di vedere cosa dirà il FMI prima di prendere decisioni.
Il vero rischio? Una nuova fiammata dei prezzi energetici, se la situazione militare dovesse peggiorare o se le rotte del Golfo Persico venissero bloccate a lungo. Solo allora – spiegano fonti vicine ai desk londinesi – si capirà se il calo visto negli ultimi giorni era solo una pausa o l’inizio di qualcosa di più stabile.
Per adesso, gli occhi restano incollati su Washington, sulle sale delle contrattazioni europee e sulle mosse dei grandi della finanza internazionale. Il resto lo decideranno le prossime ore.

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