Autore: hexalab

  • Papa Leone XIV a Madrid, oltre un milione in piazza per il Corpus Domini

    Papa Leone XIV a Madrid, oltre un milione in piazza per il Corpus Domini

    Madrid, 8 giugno 2026 – Papa Leone XIV ha celebrato ieri, domenica 7 giugno, la messa del Corpus Domini in Plaza de Cibeles, nel cuore di Madrid, davanti a oltre un milione di fedeli. Una piazza enorme, arrivata per il viaggio apostolico in Spagna e per ascoltare il suo richiamo contro una fede “comoda”, chiusa in sé stessa e indifferente.

    Processione con un pontefice in abiti bianchi tra due ali di folla in una grande piazza, con petali in aria
    Un pontefice attraversa una piazza gremita durante una celebrazione del Corpus Domini, tra fedeli, petali e misure di sicurezza.

    Plaza de Cibeles, una marea di fedeli nel cuore di Madrid

    Dopo i circa 400 mila giovani presenti sabato sera alla veglia di preghiera in Plaza de Lima, Madrid ha accolto il Pontefice con una folla ancora più grande. Secondo le stime degli organizzatori, oltre un milione e duecentomila persone hanno riempito Plaza de Cibeles e le strade attorno, dal Paseo del Prado alle vie laterali chiuse dalle transenne. C’erano famiglie arrivate dall’Andalusia, gruppi parrocchiali della Castiglia, religiosi, volontari con le pettorine colorate e tanti giovani. Molti erano lì già dal mattino, seduti sull’asfalto con zaini, cappellini e bottiglie d’acqua. “Siamo partiti alle cinque, non volevamo restare lontani”, ha raccontato una pellegrina di Valencia, accanto a una bandiera vaticana legata a una ringhiera. Per alcune ore il centro di Madrid è diventato una grande chiesa all’aperto: canti, applausi, preghiere sussurrate e lunghi silenzi durante la liturgia.

    Dalla Nunziatura alla messa, il Papa tra papamobile e applausi

    Il percorso di Papa Leone XIV è partito dalla Nunziatura Apostolica, lungo un tragitto seguito dalle forze di sicurezza spagnole e dai servizi vaticani. Sulle principali strade del centro, migliaia di persone lo aspettavano dietro le barriere metalliche. A bordo della papamobile, il Pontefice ha salutato lentamente la folla, alzandosi più volte per benedire i bambini sollevati dai genitori e rispondere ai cori dai marciapiedi. In alcuni punti il mezzo ha quasi rallentato fino a fermarsi. Una madre gli ha mostrato una neonata avvolta in una coperta bianca, un gruppo di ragazzi ha intonato un canto in spagnolo, alcuni anziani hanno agitato fazzoletti gialli e bianchi. L’organizzazione, preparata da giorni, ha retto l’arrivo della folla: varchi controllati, ambulanze pronte, volontari della protezione civile agli angoli della piazza. Una presenza discreta, ma ben visibile. Poi il Papa ha raggiunto l’area della celebrazione, davanti al Palacio de Cibeles, accolto da un lungo applauso.

    Leone XIV scuote i fedeli: no a una fede “comoda” e privata

    Nell’omelia della messa del Corpus Domini, Leone XIV ha parlato in modo diretto, legando la solennità eucaristica alla vita di tutti i giorni. “Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata”, ha detto il Pontefice, scandendo le parole davanti a una piazza ormai raccolta, dopo il rumore dell’attesa. Il Papa ha invitato i fedeli a non ridurre il cristianesimo a una pratica da tenere nello spazio personale, senza effetti nella società, e ha chiesto di diventare “costruttori di un mondo nuovo”. Un passaggio che riprende il filo dell’incontro con i giovani della sera precedente, quando aveva insistito sulla responsabilità di non restare spettatori davanti alle ingiustizie. “La fede non è un rifugio per stare tranquilli”, ha spiegato ancora, secondo quanto riferito durante la celebrazione, ma una chiamata a uscire, a esporsi, a riconoscere le ferite degli altri. Parole essenziali, accolte da un applauso breve. Poi di nuovo il silenzio.

    Corpus Domini, autorità e processione finale tra tradizione e fede

    Alla celebrazione in Plaza de Cibeles erano presenti anche le massime autorità spagnole: il re Felipe VI, la regina Letizia e le principesse Leonor e Sofía, insieme al sindaco di Madrid, José Luis Martínez-Almeida Navasqués, che ha consegnato al Pontefice la chiave d’oro della città. Nel suo intervento, Papa Leone XIV ha ricordato il peso del Corpus Domini nella tradizione religiosa spagnola, spiegando che a Madrid e in molte altre città del Paese non è soltanto una data del calendario liturgico, ma un ritorno alle radici della fede e alla fedeltà a Dio. Ha però messo in guardia, con parole nette, dal rischio di trasformare la celebrazione in una semplice abitudine collettiva o in una festa popolare svuotata del suo significato. Al termine della messa, il Papa ha guidato la processione finale attraverso il centro, tra due ali di fedeli, petali lanciati dai balconi, canti e applausi al passaggio dell’ostensorio. Madrid, per un pomeriggio, ha rallentato il passo. E la voce del Pontefice è rimasta lì, tra Cibeles e le strade vicine: uscire dall’indifferenza, non chiudere la fede in una stanza privata.

  • A Montecitorio un giardino tricolore celebra gli 80 anni della Repubblica

    A Montecitorio un giardino tricolore celebra gli 80 anni della Repubblica

    Roma, 4 giugno 2026 – Un giardino tricolore nel cortile d’onore di Montecitorio accompagna in questi giorni le celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica, con un’installazione di fiori e piante italiane presentata alla Camera alla presenza del presidente Lorenzo Fontana, del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, del sottosegretario Patrizio La Pietra e di rappresentanti del settore florovivaistico, per valorizzare un comparto considerato parte dell’identità produttiva del Paese.

    Il cortile d’onore trasformato in un tricolore diffuso

    Nel cuore di Palazzo Montecitorio, ai lati della fontana centrale, è stato allestito un giardino destrutturato che richiama i colori della bandiera italiana senza riprodurla in modo rigido: il verde, il bianco e il rosso affiorano dalle aiuole attraverso essenze ornamentali, composizioni floreali e piante scelte dai vivaisti. L’effetto, visto dal cortile, è quello di un tricolore diffuso, più vicino a un paesaggio temporaneo che a una scenografia istituzionale.

    L’installazione, intitolata “Vivaismo, eccellenza e identità d’Italia”, è stata pensata per prolungare il clima delle celebrazioni del 2 Giugno dentro la sede della Camera. Tra deputati, tecnici e operatori del comparto, la presentazione si è svolta in un’atmosfera ordinata, con passaggi davanti alle aiuole e brevi scambi tra i rappresentanti delle istituzioni. Qualcuno, fermandosi vicino alla fontana, ha indicato le varietà utilizzate. Dettagli minuti, ma cercati.

    L’iniziativa vuole legare la ricorrenza repubblicana a un settore spesso lontano dai riflettori, eppure presente nella vita quotidiana dei territori: dai distretti produttivi alle serre, dalle aziende familiari all’export di piante ornamentali. In questo caso, il linguaggio scelto è quello dei fiori e delle piante, usati come simbolo di appartenenza, lavoro e continuità.

    Fontana: florovivaismo tra territori, lavoro e innovazione

    Il presidente della Camera Lorenzo Fontana, intervenendo davanti agli operatori del settore, ha richiamato il legame tra territori, eccellenza e lavoro. Un intreccio, ha spiegato, che nel florovivaismo italiano nasce da una cultura radicata e arriva fino alle imprese di oggi, capaci di misurarsi con mercati, ricerca e nuove tecniche produttive. “È una cultura secolare giunta sino ai giorni nostri”, ha detto, rivolgendosi in particolare ai vivaisti presenti.

    Fontana ha indicato il comparto come un motore di crescita e un bacino occupazionale non marginale, ma anche come un laboratorio nel quale convivono esperienza artigiana e innovazione. Il passaggio non è stato solo celebrativo: il presidente ha insistito sulla collaborazione tra istituzioni, imprese e realtà locali, definendola una sinergia utile a rendere il settore più competitivo. Una frase, poi, ha riassunto il senso politico dell’iniziativa: il florovivaismo, ha osservato, è “una risorsa preziosa per il Paese” e ha ancora molto da offrire.

    Nel cortile, intanto, la presenza dei rappresentanti delle associazioni di categoria ha dato alla cerimonia un tono concreto. Non soltanto una cornice verde per la festa nazionale, dunque, ma anche un’occasione per portare dentro Montecitorio le istanze di un mondo produttivo fatto di aziende, distretti e manodopera specializzata.

    Lollobrigida rivendica il peso economico del settore da 3 miliardi

    Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha collegato il giardino tricolore al tema più ampio del Made in Italy, sottolineando come piante e fiori possano rappresentare una sintesi tra bellezza, sostenibilità, tradizione e capacità produttiva. Dopo aver visitato l’allestimento, il ministro ha scherzato con i presenti: “La qualità del Made in Italy si può assaporare anche con gli occhi”. Una battuta, ma dentro un discorso molto economico.

    Secondo i dati richiamati dal ministro, il settore florovivaistico vale oltre 3 miliardi di euro, comprende circa 27mila aziende e sostiene migliaia di posti di lavoro. Numeri che Lollobrigida ha usato per rimarcare il peso del comparto all’interno dell’agricoltura italiana e per rivendicare gli effetti della prima legge quadro sul florovivaismo, promossa dal sottosegretario Patrizio La Pietra e sostenuta da Fratelli d’Italia.

    Il provvedimento, ha spiegato Lollobrigida, ha introdotto misure pensate per rafforzare la qualità del modello produttivo e la capacità competitiva delle imprese italiane anche all’estero. Il ministro ha parlato di un settore “preso d’esempio” fuori dai confini nazionali, insistendo sulla necessità di accompagnare le aziende in un percorso che tenga insieme mercato, tutela del paesaggio e competenze tecniche. Parole pronunciate tra le aiuole, con i vivaisti a pochi metri. Non un dettaglio secondario.

    L’iniziativa dei vivaisti pistoiesi e il calendario dello smontaggio

    A promuovere l’iniziativa è stata la deputata Irene Gori, esponente di Fratelli d’Italia e originaria del territorio pistoiese, insieme all’Associazione Vivaisti Italiani e al distretto vivaistico ornamentale di Pistoia, una delle aree più rappresentative del comparto. La parlamentare ha sottolineato il valore simbolico delle piante, capaci – ha detto – di ricordare che il Paese ha “radici forti” ma sa guardare avanti.

    Il riferimento a Pistoia non è casuale. Il distretto vivaistico toscano è da anni uno dei poli principali per la produzione ornamentale italiana, con aziende che lavorano per il mercato interno e per l’esportazione. Portare alcune di quelle competenze nel cortile di Montecitorio, per i promotori, significa dare visibilità a un sistema produttivo che unisce manualità, ricerca varietale, logistica e attenzione al verde urbano.

    Il giardino di Montecitorio resterà allestito fino a venerdì, quando è previsto lo smontaggio delle aiuole temporanee. Solo allora il cortile tornerà alla sua configurazione consueta. Per qualche giorno, però, la Camera avrà ospitato una celebrazione diversa degli 80 anni della Repubblica: meno cerimoniale, più legata ai territori e al lavoro di chi coltiva, prepara e porta sul mercato una parte riconoscibile del Made in Italy.

  • Oli esausti a Roma, la mappa completa dei punti di raccolta municipio per municipio

    A Roma, oggi, i cittadini che devono smaltire oli vegetali e animali esausti possono contare su una rete di raccolta distribuita in 14 Municipi, tra mercati rionali, scuole, sedi municipali e centri AMA, nata dall’intesa con AMA e CONOE per evitare che l’olio usato finisca nel lavandino o nei normali rifiuti domestici. La mappa, pubblicata sul sito di Ama Roma, riguarda le utenze domestiche e si sta ampliando nel tempo: l’obiettivo è semplice, ma concreto, recuperare un rifiuto inquinante e trasformarlo in biocarburanti e glicerine per saponi.

    Perché non vanno nel lavandino: impatto ambientale e danni alla depurazione

    Buttare l’olio da cucina usato nello scarico di casa resta l’errore più comune, eppure è anche quello che produce gli effetti peggiori sulla rete idrica e sugli impianti di trattamento. AMA ricorda che 1 chilo di olio vegetale esausto può inquinare una superficie d’acqua pari a un chilometro quadrato, più o meno l’estensione di 140 campi da calcio: un dato che spiega bene perché il conferimento separato non sia un dettaglio.

    Il problema, infatti, non riguarda solo l’ambiente ma anche la depurazione delle acque. Se versato nel lavello, l’olio si deposita nelle tubature, compromette il funzionamento degli impianti e rende più complesso il trattamento dei reflui; solo allora il costo, spesso invisibile al singolo cittadino, ricade sull’intero sistema urbano. Per questo il protocollo tra Roma Capitale, AMA e CONOE ha puntato su una raccolta capillare, con postazioni diffuse nei quartieri e in luoghi di uso quotidiano, dai mercati alle scuole.

    Dai mercati ai centri AMA: dove conferire gli oli esausti nei Municipi I-VII

    Nel Municipio I i punti di raccolta si trovano, tra gli altri, al Mercato Prati in piazza dell’Unità 53, al Mercato Vittoria in via Sabotino 4 e al Mercato Monti in via Baccina 36, oltre a diversi plessi scolastici tra via Guicciardini, via della Paglia e piazza Bernini. Nel Municipio II la rete passa dal mercato di Largo degli Osci e dal Centro di raccolta AMA di via Campi Sportivi 100, con numerose scuole coinvolte tra via Venezuela, via Novara, via Lovanio e via XX Settembre.

    Nel Municipio III i conferimenti sono possibili nei mercati di Val Melaina, Tufello, Serpentara II, Sacchetti e Talenti-Gambara, oltre ai centri AMA di via Ateneo Salesiano e via della Bufalotta 592. Più a est, nel Municipio IV, ci sono le postazioni del Mercato Pietralata, del Mercato San Romano, di via Filippo Meda, della sede AMA di zona in via Matilde di Canossa 8 e del centro AMA di via Cassino 7-9, nell’area di Ponte Mammolo.

    Il Municipio V concentra diversi punti tra via Giorgio Perlasca 39, via Prenestina 505, via Palmiro Togliatti 983, via di Torre Annunziata 1 e il centro AMA di Villa Gordiani, via Teano 38; ci sono poi scuole come l’Istituto Di Vittorio-Lattanzio e l’I.C. Piazza De Cupis. Nel Municipio VI la raccolta è attiva al Mercato Torre Spaccata, all’Aula Civica di via Pedicciano 23, nella sede municipale di via Bruno Cirino 3 e nei plessi di via Acquaroni. Infine il Municipio VII, uno dei più estesi, ha contenitori nei mercati di Piazza Epiro, Tuscolano III, Cinecittà, Cinecittà Est e Calisse, ma anche nella parrocchia San Gabriele dell’Addolorata e in numerose scuole tra via Selinunte, via Latina, viale dei Consoli e viale Marco Fulvio Nobiliore.

    Scuole, sedi municipali e isole ecologiche: la rete di raccolta nei Municipi VIII-XV

    Nel quadrante sud della città, il Municipio VIII dispone di contenitori al Mercato Garbatella in via Rosa Guarnieri Carducci 5, al Mercato Corinto tra via Corinto e via Efeso e presso la scuola IV Miglio in via San Tarcisio 137. Il Municipio IX copre invece l’area di Spinaceto, Vigna Murata, Laurentino e Tor de’ Cenci, con due centri di raccolta AMA in via Laurentina 881 e via Riccardo Boschiero, oltre a postazioni negli uffici ENI di viale Giorgio Ribotta 51 e piazzale Enrico Mattei 1.

    Sul litorale, il Municipio X si appoggia ai centri AMA di piazza Bottero 8 e via di Macchia Saponara 7-9, più alcune scuole a Ostia e dintorni, dal plesso Eugenio Garrone di corso Duca di Genova a quelli di via Telemaco Signorini, via Euripide e via Oscar Ghiglia. Nel Municipio XI la raccolta fa riferimento al centro AMA di via Arturo Martini 1, mentre nel Municipio XII c’è il Mercato de Calvi in largo S. Eufrasia Pelletier 32 e la scuola Raffaello Sanzio in via del Casaletto 597.

    Più a ovest, il Municipio XIII ha punti al Mercato Irnerio in via Aurelia 483, al Mercato Borgo Ticino in via Borgo Ticino 72 e nella scuola primaria Manetti. Nel Municipio XIV la rete passa per i mercati di Pasquale II, Belsito e Thouar, con plessi scolastici in via Giuseppe Taverna, via Ottavio Assarotti e via Trionfale 7333. Chiude il Municipio XV, dove i conferimenti sono ammessi al Mercato Ponte Milvio in via Riano 31, nella sede municipale di via Flaminia 872, nell’area di raccolta sfalci e potature di via Cassia km 19.680 e nel plesso Vallombrosa.

    Come funziona il conferimento domestico e quali postazioni sono riservate a studenti e personale

    Per il corretto smaltimento degli oli esausti a Roma, l’indicazione è quella di raccogliere l’olio raffreddato in una bottiglia di plastica ben chiusa e portarlo poi nei contenitori dedicati. Non va mescolato con altri liquidi, né conferito nei rifiuti indifferenziati: una regola semplice, che evita dispersioni e rende possibile il successivo recupero industriale.

    Attenzione, però, alle limitazioni. Alcune postazioni all’interno delle scuole sono indicate da AMA come servizio riservato alle famiglie degli studenti e al personale scolastico; vale, per esempio, in vari plessi dei Municipi I, II, III, V, VII, VIII, X, XII, XIII, XIV e XV. Altre sedi, come quelle municipali o i centri di raccolta AMA, sono invece aperte ai residenti secondo gli orari di accesso pubblicati sul sito ufficiale. Il consiglio, in quel momento, resta uno: verificare sempre indirizzo e disponibilità aggiornata su www.amaroma.it, perché la rete viene ampliata progressivamente e qualche punto può avere modalità specifiche di conferimento.

  • Otto food blogger italiani da seguire per riportare la Dieta Mediterranea nella cucina di tutti i giorni

    Otto food blogger italiani da seguire per riportare la Dieta Mediterranea nella cucina di tutti i giorni

    Tra caro-spesa, giornate sempre più piene e ricette lampo che spesso risolvono poco, la cucina di casa è tornata a cercare punti fermi. La Dieta Mediterranea viene ancora indicata come un modello di equilibrio, ma quando si passa dalla teoria alla tavola entrano in gioco problemi molto concreti: il costo della spesa, il tempo che non basta mai, la scorciatoia dei piatti pronti e l’idea, dura a morire, che cucinare bene significhi complicarsi la vita. In questo spazio si sono fatti largo food blogger e creator capaci di riportare al centro un sapere domestico che sembrava finito in secondo piano: legumi, verdure, pasta fatta con criterio, cotture semplici, recupero intelligente degli avanzi. Soprattutto, lo hanno raccontato con un linguaggio vicino alla vita vera: quello di chi apre il frigorifero la sera e deve mettere insieme cena, gusto e buon senso.

    La Dieta Mediterranea torna al centro: salute, tradizione e conti di casa

    La Dieta Mediterranea resta uno dei modelli alimentari più studiati e apprezzati al mondo. Nel 2010 l’Unesco l’ha riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità e anche il report 2024 di U.S. News & World Report l’ha confermata ai vertici tra i regimi alimentari più equilibrati. Ma oggi il suo ritorno non si spiega soltanto con la salute. C’entra, e molto, anche il bisogno di rimettere ordine nella cucina di tutti i giorni mentre il caro-spesa pesa sempre di più sui bilanci familiari. I dati Istat sull’inflazione alimentare degli ultimi anni parlano chiaro: pane, olio, ortaggi e prodotti di largo consumo hanno inciso in modo sensibile sulle spese domestiche. Eppure proprio la cucina mediterranea, letta senza luoghi comuni, offre una risposta concreta: meno sprechi, più stagionalità, ingredienti semplici, porzioni ragionate, più spazio al vegetale. Il paradosso è tutto qui: viene spesso vista come un modello lontano, quando in realtà nasce come cucina pratica, popolare, domestica. Ecco perché oggi funzionano i creator che sanno raccontarla senza farne una lezione. Riportano il lettore davanti a gesti che conosce bene — il sugo che sobbolle, la teglia di verdure, il pane del giorno prima che rinasce in un altro piatto — e li rendono di nuovo possibili.

    Benedetta Rossi, Sonia Peronaci e Luca Pappagallo: chi ha reso pop la cucina di casa

    Se c’è un merito preciso di Benedetta Rossi, Sonia Peronaci e Luca Pappagallo, è questo: aver reso la cucina di casa desiderabile anche online, senza snaturarla. Benedetta Rossi ha costruito il suo successo su una formula semplice e solidissima: ricette chiare, ingredienti facili da trovare, tono familiare, nessuna distanza da chi guarda. In un momento in cui molta cucina social sembra fatta più per essere ammirata che cucinata davvero, il suo messaggio resta molto netto: questa ricetta puoi farla anche tu, stasera, con quello che hai in dispensa. Sonia Peronaci, con GialloZafferano fondato nel 2006, ha avuto un ruolo diverso ma altrettanto centrale: ha aiutato a trasformare il web italiano in un grande ricettario affidabile, ordinato, facile da consultare. In pratica, ha dato una casa digitale a un patrimonio che prima passava soprattutto per tradizione orale o sulle pagine di carta. Luca Pappagallo, volto storico di Cookaround, ha aggiunto un altro tassello: la convivialità. Nei suoi contenuti si sente spesso il piacere del piatto che nasce per essere condiviso, non per essere esibito. Ed è una chiave profondamente mediterranea, anche se troppo spesso la si riduce a un semplice elenco di ingredienti. La loro forza sta proprio qui: hanno reso pop la cucina quotidiana senza impoverirla, tenendo insieme accessibilità, memoria e affidabilità. In un panorama pieno di video sempre più veloci, restano punti di riferimento perché non chiedono al pubblico di inseguire la prestazione: lo riportano, più semplicemente, al piacere di cucinare bene.

    Da Max Mariola a Cooker Girl: tradizione, territorio e il ritorno dei lievitati

    Max Mariola e Aurora Cavallo, conosciuta come Cooker Girl, parlano a pubblici anche molto diversi, ma hanno in comune una qualità rara: sanno prendere la tradizione e farla girare nei linguaggi di oggi. Mariola punta molto sull’immediatezza del gusto, su una romanità schietta e riconoscibile che passa da piatti simbolo come carbonara, gricia e amatriciana, ma anche da un’idea di cucina diretta, senza inutili sovrastrutture. Nei suoi video il territorio non è una cornice folkloristica: è il punto da cui parte il sapore. E per molti utenti questo fa la differenza, perché aiuta a distinguere una vera ricetta regionale dalla sua imitazione. Cooker Girl, invece, intercetta una generazione che ha riscoperto impasti, pizza in teglia, focacce, pane e dolci fatti in casa come qualcosa di quasi identitario. Dietro il successo dei lievitati non c’è soltanto una moda. C’è anche il desiderio di tornare a tempi più lenti, a preparazioni che lasciano una traccia concreta in cucina: il profumo del forno acceso, la farina sul tavolo, l’attesa che diventa parte della ricetta. In una vita spesso spezzettata, il lievitato piace anche per questo: impone ritmo, pazienza, attenzione. Con stili diversi, sia Mariola sia Cooker Girl mostrano una cosa semplice ma decisiva: la tradizione non regge se resta ferma. Continua invece a parlare al presente quando viene tradotta senza perdere carattere.

    Diletta Secco, Nonna Toscana, Emanuela Gioia: la guida social a un gusto tutto italiano

    Accanto ai nomi più conosciuti, si sta facendo spazio una seconda linea di creator che merita attenzione perché porta online un’Italia gastronomica più minuta, meno televisiva e spesso più narrativa. Diletta Secco ha costruito una presenza forte nel mondo dei dolci e di una cucina dal tono elegante, con contenuti che uniscono cura visiva e atmosfera domestica. Non è un dettaglio: oggi anche nel food la forma conta, ma quando resta legata a preparazioni riconoscibili — crostate, torte soffici, biscotti di casa — non allontana il pubblico, lo invita ad avvicinarsi. La Nonna Toscana, al contrario, è quasi il controcampo perfetto rispetto alla velocità dei social: mani esperte, ricette tradizionali, pochi fronzoli, molta sostanza. In un flusso pieno di tagli rapidi e voci accelerate, vedere una sfoglia stesa con calma o un sugo seguito nei suoi tempi giusti produce un effetto raro: fiducia. Emanuela Gioia aggiunge un altro elemento ancora, quello del legame tra ricetta e luogo. La cucina romana che racconta non è soltanto una sequenza di passaggi, ma un piccolo atlante sentimentale fatto di quartieri, trattorie, memoria familiare, odori di mercato. È qui che si capisce bene il ruolo dei social quando funzionano davvero: non sostituiscono la tradizione, la rimettono in circolo. Per chi cerca idee concrete da portare in tavola, questi profili non offrono soltanto ricette. Offrono qualcosa che oggi manca spesso: un modo credibile di tornare nella cucina italiana senza viverla come un dovere o come una nostalgia da cartolina. E in fondo il punto è proprio questo: la Dieta Mediterranea torna davvero nella vita quotidiana solo quando smette di sembrare un modello perfetto e ricomincia a somigliare a una cena possibile.

  • Milano, 14enne accoltellato nella notte: lotta tra la vita e la morte

    Milano, 14enne accoltellato nella notte: lotta tra la vita e la morte

    Un ragazzo di 14 anni, di origine egiziana, è stato aggredito nella notte tra domenica e lunedì a Milano, alla stazione Fs di Quarto Oggiaro, dove sarebbe stato circondato da un gruppo di persone e colpito alla schiena e al capo, forse con frammenti di bottiglia: il giovane è stato poi trasportato in codice rosso all’ospedale Niguarda, mentre i carabinieri della stazione Milano Musocco hanno avviato gli accertamenti per ricostruire dinamica e movente dell’attacco.

    Aggressione alla stazione di Quarto Oggiaro: cosa è successo nella notte

    Secondo le prime ricostruzioni, l’episodio si è verificato nell’area della stazione ferroviaria di Quarto Oggiaro, quadrante nord-ovest della città, in un punto che nelle ore serali resta frequentato da pendolari, residenti e gruppi di ragazzi. Il 14enne sarebbe stato avvicinato, poi accerchiato, e solo allora sarebbero partiti i colpi: ferite lacero-contuse alla testa, altre alla schiena, in una sequenza ancora da chiarire nei dettagli.

    A lanciare l’allarme, da quanto emerge, sarebbero state alcune persone presenti nei dintorni, richiamate dal movimento e dalle urla. Gli aggressori, invece, si sono allontanati subito dopo l’attacco, facendo perdere le tracce prima dell’arrivo delle pattuglie. Nessun fermo, per ora. Eppure è proprio su quei minuti, su chi fosse lì e su eventuali contatti precedenti tra il ragazzo e il gruppo, che si concentra il lavoro degli investigatori.

    Il trasporto al Niguarda e le condizioni del 14enne ferito

    Il ragazzo è stato soccorso dal personale del 118 e trasferito in codice rosso al Niguarda, uno degli ospedali di riferimento per le emergenze in città. Le sue condizioni sono state giudicate serie, ma secondo quanto trapela nelle ore successive al ricovero il giovane non sarebbe in pericolo di vita. Un elemento che, nel quadro della vicenda, alleggerisce solo in parte la preoccupazione.

    I sanitari hanno riscontrato diverse ferite compatibili, in base ai primi rilievi, con un’aggressione portata con oggetti taglienti o contundenti. L’ipotesi dei frammenti di bottiglia resta sul tavolo, anche se serviranno ulteriori verifiche per accertare con precisione che cosa sia stato usato. In quel momento, spiegano fonti vicine agli accertamenti, la priorità è stata stabilizzare il minorenne e completare gli esami clinici. Poi, più tardi, la raccolta dei primi elementi utili all’inchiesta.

    Indagini dei carabinieri: immagini, testimoni e movente da chiarire

    Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione Milano Musocco, che stanno lavorando per ricostruire l’intera sequenza dell’aggressione. Gli investigatori stanno acquisendo eventuali telecamere di videosorveglianza presenti nella zona della stazione e lungo le vie di accesso, oltre a raccogliere le dichiarazioni di possibili testimoni. È un passaggio decisivo, perché al momento l’identità delle persone coinvolte non è ancora stata definita.

    Restano aperte più piste. Un’aggressione nata da un litigio, un regolamento di conti tra gruppi di giovanissimi, oppure un episodio maturato in un contesto più confuso: al momento, però, non ci sono conferme ufficiali su nessuna di queste ipotesi. Gli inquirenti, con cautela, parlano di quadro ancora frammentario. E c’è un altro punto da chiarire, non secondario: se il ragazzo conoscesse almeno qualcuno degli aggressori oppure no.

    L’età della vittima rende il caso ancora più delicato. I carabinieri dovranno ricostruire gli spostamenti del 14enne nelle ore precedenti, capire con chi fosse, chi abbia incontrato e se vi siano stati segnali, messaggi o contatti che possano aiutare a individuare il gruppo. Anche il racconto del giovane, quando le sue condizioni lo permetteranno, potrà offrire indicazioni utili. Non subito, probabilmente. Ma sarà un passaggio centrale.

    Violenza giovanile a Milano, il nodo sicurezza nelle aree delle stazioni

    L’episodio riporta l’attenzione sul tema della sicurezza nelle aree ferroviarie di Milano, soprattutto nelle fasce orarie serali e notturne, quando attorno agli scali di quartiere si concentrano flussi irregolari, comitive e zone d’ombra. Quarto Oggiaro, da tempo, è una delle aree osservate con maggiore attenzione dalle forze dell’ordine, anche per la presenza di snodi di passaggio e spazi difficili da presidiare in modo continuo.

    Negli ultimi mesi, tra stazioni ferroviarie, capolinea e piazze periferiche, non sono mancati interventi per risse, rapine e aggressioni tra giovanissimi. Non sempre i fatti sono collegati tra loro, anzi spesso nascono da contesti diversi; eppure il dato che torna è l’età sempre più bassa di vittime e presunti responsabili. “Bisogna capire subito cosa è successo”, osserva una fonte investigativa, “perché quando c’è di mezzo un minore ferito ogni ora conta”.

    Per il momento, il punto fermo resta uno: un adolescente è finito in ospedale dopo un’aggressione violenta avvenuta in uno spazio pubblico, davanti a una stazione cittadina. Il resto — chi ha colpito, perché, con quali responsabilità — è ancora materia d’indagine. Milano aspetta risposte, il quartiere anche. E intanto al Niguarda un ragazzo di 14 anni prova a rimettersi in piedi.

  • SquisITA fa tappa in Liguria: il viaggio dei sapori italiani continua

    SquisITA fa tappa in Liguria: il viaggio dei sapori italiani continua

    A Genova, nel ristorante Il Marin dello chef Marco Visciola, Metro Italia ha riunito istituzioni, rappresentanti di Fipe Confcommercio e produttori locali per discutere di eccellenze enogastronomiche liguri, filiere corte e sostegno al territorio: l’incontro, andato in scena nell’ambito del tour “SquisITA – L’Italia in un boccone”, è servito a ribadire il legame tra distribuzione, ristorazione e materie prime regionali, con l’obiettivo dichiarato di spingere i professionisti dell’HoReCa a scegliere prodotti identitari, radicati nella tradizione locale.

    Metro Italia punta sulle eccellenze enogastronomiche della Liguria

    La tappa genovese è stata l’undicesimo appuntamento del tour SquisITA, progetto avviato da Metro Italia nel 2022 in occasione del 50° anniversario dell’azienda per mettere al centro le produzioni di qualità dei diversi territori italiani. In Liguria, la società conta circa 190 addetti distribuiti nei punti vendita di Genova (aperto nel 1984), Ventimiglia (2001) e La Spezia (2002): una presenza consolidata, dunque, che si intreccia con il comparto della ristorazione fuori casa.

    Il messaggio, nel corso del confronto, è stato piuttosto chiaro: valorizzare i prodotti locali non significa solo ampliare l’assortimento, ma anche sostenere un pezzo dell’economia regionale. E in quel passaggio, non secondario, si inserisce la strategia di sostenibilità di Metro Italia, che prova a mettere attorno allo stesso tavolo produttori, chef, associazioni di categoria e distribuzione. Una filiera che dialoga, almeno nelle intenzioni.

    I numeri: 7 mila prodotti locali in Italia, 200 arrivano dalla Liguria

    Sul piano nazionale Metro Italia ha in assortimento oltre 7.000 prodotti locali, dei quali circa 200 liguri. Per costruire questa offerta l’azienda collabora con 33 imprese e piccole e medie aziende della Liguria, fornitrici di specialità che vanno dalla pasta ai formaggi, dai salumi ai vini e ai liquori. Dentro questo paniere rientrano anche prodotti certificati: 29 DOC, 6 PAT, 4 DOP e 4 IGT.

    Sono dati che, letti nel contesto del settore, spiegano la direzione scelta dall’azienda: aiutare i professionisti dell’HoReCa a differenziare l’offerta con materie prime riconoscibili e, allo stesso tempo, sostenere il tessuto socioeconomico locale. Non solo marketing, insomma. O almeno, non soltanto. “La Liguria è una delle culle della tradizione gastronomica italiana”, ha detto Alessia Vanzulli, head of fresh, own brand & localism di Metro Italia, spiegando che l’obiettivo è continuare a promuovere “filiere sostenibili” e una “cultura del cibo autentica e responsabile”.

    Il ruolo dei ristoratori e la vetrina del territorio

    Nel ristorante affacciato sul porto antico, Marco Visciola ha legato il tema della qualità a quello dell’identità gastronomica. Ospitare la tappa ligure di SquisITA al Il Marin, ha spiegato lo chef-patron, significa ribadire che la cucina d’autore deve nascere dal rispetto per il territorio e per chi lo coltiva ogni giorno. Un concetto semplice, ma non scontato: senza una filiera che tenga insieme autenticità e continuità, il rischio è che il racconto locale resti solo sulla carta.

    Sulla stessa linea si è mosso Alessandro Cavo, presidente di Fipe Confcommercio Genova, che ha definito i ristoratori “ambasciatori del territorio”. Cavo ha richiamato il marchio “Genova Gourmet”, promosso proprio per certificare il rapporto tra qualità della materia prima e competenza professionale. Il punto, ha spiegato, è trasformare ogni piatto in un racconto culturale credibile, leggibile anche dal consumatore. Non basta dire “ligure”; bisogna dimostrarlo, nel prodotto e nel servizio.

    Dal pesto al Vermentino, le voci delle imprese liguri

    Al tavolo del confronto c’erano anche tre realtà simboliche del territorio: Pesto di Pra’, Cantine Lunae e Tossini. Stefano Bruzzone, amministratore delegato di Pesto di Pra’, ha ricordato che l’azienda coltiva basilico genovese a Pra’ da quasi 200 anni e da oltre vent’anni produce pesto fresco, seguendo la ricetta tradizionale. “Valorizzare il pesto”, ha detto, “significa custodire e raccontare un simbolo autentico della cultura gastronomica genovese”. Un passaggio che, a Genova, pesa. E si sente.

    Dal Levante è arrivata invece la voce di Diego Bosoni di Cantine Lunae, che ha riportato il discorso sul Vermentino dei Colli di Luni e sul vino come espressione diretta di un paesaggio, ma anche delle persone che lo lavorano. Secondo Bosoni, iniziative come SquisITA servono a mantenere aperto il dialogo tra produttori e ristorazione, rafforzando il gioco di squadra e la visibilità della biodiversità ligure.

    Più legata al tema della tradizione familiare la riflessione di Giorgia D’Ostuni, amministratrice delegata di Tossini, che ha parlato della responsabilità di portare avanti saperi tramandati da generazioni. Dalle farine all’olio extravergine di oliva, fino ai tempi di lievitazione, la sfida — ha ammesso — è crescere nel rapporto con distribuzione e food service senza perdere autenticità. In fondo è questo il nodo dell’incontro genovese: far uscire le specialità liguri dai confini regionali, ma senza piegarle a una logica anonima. Tradizione e impresa, insieme. Solo allora, forse, il territorio smette di essere uno slogan e torna a essere materia viva.

  • Dal caro energia agli autotrasportatori, i dossier anti-crisi che infiammano il Dl lavoro

    Dal caro energia agli autotrasportatori, i dossier anti-crisi che infiammano il Dl lavoro

    Roma, 22 aprile 2026 – Accanto al Dl lavoro che il governo prepara per il Consiglio dei ministri del 30 aprile, con l’obiettivo di intervenire su salari bassi, competenze e misure per il 1° maggio, corrono in parallelo altri dossier considerati urgenti da Palazzo Chigi: il caro energia, la possibile fine del taglio delle accise sui carburanti, la tensione con gli autotrasportatori e il negoziato europeo su patto di stabilità ed Ets. Sono partite diverse, ma si toccano. Perché, spiegano fonti vicine al dossier, il margine per nuovi interventi sul lavoro dipende anche dalle risorse da trovare e dall’andamento di crisi che possono riaccendersi nel giro di pochi giorni.

    La scadenza del 1° maggio e il nodo del taglio delle accise sui carburanti

    Il primo appuntamento segnato in rosso è proprio il 1° maggio, data che non pesa soltanto sul piano simbolico. In quelle ore scade infatti la proroga del taglio delle accise sui carburanti, e il governo sta valutando come muoversi su un fronte che ha effetti immediati su famiglie, imprese e trasporti. Il tema è entrato, a quanto si apprende, anche nei contatti a margine della riunione convocata ieri pomeriggio dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, mentre si definivano le misure del decreto. Sul tavolo ci sono coperture ancora da consolidare: la base di partenza sarebbe attorno ai 500 milioni di euro, con l’obiettivo di salire verso 800 milioni o, nella cornice più ampia, fino a 1 miliardo. Solo allora si capirà quanto spazio reale ci sarà per combinare il capitolo lavoro con nuovi interventi contro il costo dell’energia.

    Il punto, dentro l’esecutivo, è anche politico. Il decreto che arriverà a fine mese punta sul cosiddetto “salario giusto”, formula rilanciata più volte durante il vertice, ma la tenuta dei redditi passa pure dal prezzo del pieno e dai costi che le aziende scaricano lungo la filiera. Eppure, spiegano le stesse fonti, il governo non vuole sovrapporre i piani: il Dl lavoro dovrebbe restare concentrato su occupazione, tutele e formazione, mentre il dossier carburanti potrebbe richiedere una scelta ad hoc o una valutazione tecnica ulteriore nei prossimi giorni, con il ministero dell’Economia in prima linea.

    La protesta dei camionisti e il rischio blocchi: il governo monitora la filiera dei trasporti

    L’altro fascicolo seguito con attenzione riguarda gli autotrasportatori, che secondo fonti di governo continuano a ventilare l’ipotesi di blocchi della circolazione. Non ci sono, al momento, decisioni formalizzate, ma il timore a Palazzo Chigi è che una protesta possa avere effetti rapidi sulla distribuzione delle merci, soprattutto se dovesse intrecciarsi con l’aumento dei costi energetici. Il governo, viene riferito, sta monitorando la situazione “da vicino”, espressione prudente ma rivelatrice, perché il settore viene considerato un punto sensibile della filiera produttiva: logistica, rifornimenti, prezzi finali. Tutto tiene.

    Alla riunione sul Dl lavoro erano presenti, tra gli altri, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, quest’ultimo in videocollegamento, oltre al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ed è proprio a margine di quel confronto che sarebbero emersi contatti sull’agenda delle prossime settimane, compresi i possibili provvedimenti anti-crisi. In questo quadro, il decreto sul lavoro resta il contenitore più avanzato, con misure che vanno dagli sgravi per donne e giovani al contrasto al caporalato digitale, fino al rafforzamento del fondo nuove competenze e, secondo quanto trapela, a una maggiore tutela per i lavoratori domestici sul fronte di malattia e maternità. Ma il rischio di una mobilitazione dei camionisti spinge l’esecutivo a ragionare anche in chiave preventiva, per evitare che la tensione sociale e quella economica si alimentino a vicenda.

    La partita europea: patto di stabilità, sistema Ets e margini di manovra per nuovi interventi

    Sul fondo c’è poi la cornice europea, che per il governo è tutt’altro che secondaria. Ieri il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani ha chiesto la sospensione del patto di stabilità e anche quella del sistema Ets, il meccanismo europeo legato alle emissioni, in vista del vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile. La richiesta nasce dall’idea che, senza un allentamento delle regole o almeno una maggiore flessibilità, diventi più difficile finanziare misure nazionali contro i contraccolpi della fase economica. Il ragionamento è semplice, anche se la trattativa non lo è: più margini in Europa possono tradursi in più spazio per sostenere salari, imprese e consumi.

    Dentro questo schema si inserisce anche il lavoro della Ragioneria generale dello Stato. Secondo fonti che hanno partecipato al vertice, la ragioniera generale Daria Perrotta avrebbe portato report su assegnazioni e recupero di fondi, indicando alcuni passi avanti sul lato delle coperture. Non basta ancora, però. Nei prossimi giorni è previsto un nuovo approfondimento tecnico, e da lì dipenderà una parte del perimetro finale del decreto lavoro e degli eventuali interventi collegati. In altre parole, il dossier sul salario giusto resta al centro, ma attorno si muove una rete di partite più ampia — energia, trasporti, vincoli Ue — che potrebbe condizionare tempi e portata delle decisioni. Palazzo Chigi lo sa. E per questo, mentre prepara il provvedimento del 1° maggio, tiene aperti tutti i tavoli.

  • Nuove tutele per colf e badanti: cosa cambia con il decreto su formazione, malattia e maternità

    Nuove tutele per colf e badanti: cosa cambia con il decreto su formazione, malattia e maternità

    Roma, 22 aprile 2026 – Colf e badanti entrano nel perimetro del nuovo decreto lavoro che il governo prepara per il Consiglio dei ministri del 30 aprile, con l’obiettivo di rafforzare formazione, coperture per malattia e maternità e strumenti contro la fragilità salariale in un comparto che riguarda centinaia di migliaia di famiglie italiane. La traccia, emersa dal confronto in corso a Palazzo Chigi con la Ragioneria generale dello Stato e con le parti sociali, si inserisce nel pacchetto che l’esecutivo vuole varare in vista del Primo Maggio: al centro, secondo fonti vicine al dossier, c’è l’idea di un “salario giusto”, formula ripetuta più volte nella riunione convocata dalla premier Giorgia Meloni, con una particolare attenzione proprio al lavoro domestico e di cura, spesso essenziale ma ancora segnato da tutele disomogenee.

    La misura allo studio: percorsi formativi e rafforzamento delle competenze per i lavoratori domestici

    Il punto nuovo, rispetto alle ipotesi circolate nelle scorse settimane, riguarda il possibile rafforzamento della formazione per i lavoratori domestici. Secondo quanto filtra dal tavolo tecnico, il governo starebbe valutando percorsi mirati per colf, badanti e assistenti familiari, con l’idea di legare di più le competenze professionali alla qualità del servizio e, in prospettiva, anche alla tenuta dei redditi. Non si parla ancora di un testo definitivo, questo va detto, ma l’indirizzo è considerato chiaro: sostenere un settore dove la preparazione pratica — dalla gestione della casa all’assistenza di persone anziane o non autosufficienti — incide direttamente sulla vita quotidiana delle famiglie.

    Nella riunione di ieri pomeriggio a Palazzo Chigi, a quanto risulta, si è ragionato anche sul collegamento con il Fondo nuove competenze, che potrebbe diventare uno dei veicoli per accompagnare la riqualificazione del personale. L’obiettivo politico resta quello indicato dall’esecutivo nelle ultime settimane: intervenire sui salari bassi, senza entrare, almeno in questa fase, nel nodo della rappresentanza sindacale, tema che il governo preferisce lasciare fuori dal decreto per non irrigidire il confronto con le organizzazioni dei lavoratori e con le associazioni datoriali. “Serve dare risposte concrete”, avrebbe spiegato una fonte presente al vertice. E solo allora, nella fase attuativa, si capirà se i corsi saranno sostenuti da incentivi pubblici, da crediti formativi o da un meccanismo ancora da definire.

    Le tutele da estendere: come cambiano copertura di malattia e maternità

    Accanto alla formazione, il secondo capitolo riguarda le tutele da estendere su malattia e maternità. È uno dei punti più sensibili del dossier, perché tocca un’area del lavoro che in molti casi si muove tra contratti regolari, rapporti part-time spezzati e impieghi ancora in parte sommersi. L’ipotesi allo studio, secondo le prime ricostruzioni, punta a rafforzare la protezione di lavoratrici domestiche e assistenti familiari nei periodi di assenza per motivi di salute o per gravidanza, cercando di ridurre squilibri che da anni vengono segnalati anche dalle categorie del settore.

    Il governo, nel pacchetto più ampio sul “salario giusto”, sta lavorando su risorse iniziali indicate in circa 500 milioni di euro, con l’ambizione di salire fino a 800 milioni o 1 miliardo, a seconda degli spazi che emergeranno dai report della Ragioneria generale dello Stato, guidata da Daria Perrotta. Nello stesso perimetro rientrano gli incentivi all’occupazione di donne e giovani, il capitolo Zes e il contrasto al caporalato digitale, cioè alle forme di intermediazione che, soprattutto sulle piattaforme, comprimono compensi e sicurezza. In via sperimentale, riferiscono le stesse fonti, si sarebbe parlato anche di una forma di salario minimo per i rapporti rimasti fuori dalla contrattazione collettiva nazionale. Sul lavoro domestico, però, la linea sembra un’altra: non una misura simbolica, ma un ritocco concreto delle protezioni, da scrivere bene nei dettagli.

    Il peso del settore nelle famiglie italiane e le criticità ancora aperte tra costi e regolarizzazione fiscale

    Il lavoro domestico pesa da anni sull’equilibrio di molte famiglie, soprattutto dove ci sono anziani fragili, persone non autosufficienti o nuclei in cui entrambi gli adulti lavorano fuori casa. Eppure il settore resta attraversato da problemi antichi: il costo complessivo per i datori domestici, la difficoltà di regolarizzare tutti i rapporti, il ricorso al lavoro nero e una disciplina che spesso, nei fatti, non riesce a tenere insieme bisogno sociale e sostenibilità economica. È su questo crinale che il governo prova a muoversi. Rafforzare tutele e competenze, nelle intenzioni, dovrebbe aiutare anche l’emersione del lavoro irregolare. Ma il punto fiscale, per ora, resta sullo sfondo.

    Nelle prossime ore il confronto tecnico andrà avanti, mentre l’esecutivo tiene aperti anche altri dossier anti-crisi, dal caro energia alla tensione con gli autotrasportatori, che hanno evocato possibili blocchi della circolazione. Alla riunione erano presenti, tra gli altri, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, quest’ultimo in videocollegamento. Tajani, intanto, è tornato a chiedere in sede europea la sospensione del Patto di stabilità e del sistema Ets, a ridosso del vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile. Dentro questo quadro, il capitolo su colf e badanti può sembrare laterale. In realtà non lo è: tocca una parte estesa del welfare quotidiano italiano, quello che passa per gli appartamenti, i pianerottoli, le assistenze notturne, le sostituzioni trovate all’ultimo momento. Ed è proprio lì, in quel lavoro poco visibile ma continuo, che il decreto prova ora a mettere mano.

  • Dl lavoro, la sfida del governo sul salario giusto tra risorse, sgravi e nodo del salario minimo

    Dl lavoro, la sfida del governo sul salario giusto tra risorse, sgravi e nodo del salario minimo

    Roma, 22 aprile 2026 – Il governo Meloni accelera sul Dl lavoro atteso in Consiglio dei ministri il 30 aprile, con l’obiettivo di presentare per il Primo Maggio un pacchetto dedicato a bassi salari, incentivi all’occupazione e misure anti-crisi, mentre a Palazzo Chigi prosegue il confronto con la Ragioneria generale dello Stato e con le parti sociali sul perimetro delle risorse e sul nodo, ancora aperto, del cosiddetto “salario giusto”. Secondo fonti vicine al dossier, tra le ipotesi finite sul tavolo c’è anche il rafforzamento della formazione dei lavoratori domestici, con tutele su malattia e maternità. È un cantiere ancora in movimento, questo sì, ma la direzione politica sembra tracciata: intervenire dove i redditi restano più fragili e dove la contrattazione fatica a coprire tutto.

    Il cantiere del decreto del Primo Maggio: incentivi per donne e giovani

    Nel lavoro preparatorio delle ultime settimane, il capitolo che pesa di più resta quello legato alle Zes, le Zone economiche speciali, ma l’impianto del decreto lavoro si sta allargando anche a sgravi fiscali per favorire l’assunzione di donne e giovani, oltre a un intervento contro il caporalato digitale. Il riferimento, in particolare, è al mondo delle piattaforme, dove l’intermediazione può comprimere le retribuzioni e indebolire le tutele. L’idea allo studio, spiegano fonti informate, è fissare regole più strette sulla filiera del lavoro, così da garantire retribuzioni idonee e maggiore sicurezza.

    In questo quadro si inserisce anche il possibile rafforzamento del Fondo nuove competenze, uno strumento che Palazzo Chigi considera utile per sostenere aggiornamento professionale e tenuta occupazionale. Non è un punto secondario. Nella riunione convocata dalla premier Giorgia Meloni, la formula ripetuta più volte sarebbe stata proprio “salario giusto”, espressione che il governo usa per marcare una differenza rispetto alla proposta delle opposizioni sul salario minimo a 9 euro. Non c’è ancora un testo definitivo, e su alcuni passaggi il lavoro tecnico continua, ma la scelta politica — a quanto viene riferito — è quella di tenere insieme salari, competenze e incentivi mirati.

    La trattativa sulle coperture: i 500 milioni sul tavolo e l’obiettivo di salire a 1 miliardo

    La partita più delicata, come spesso accade, resta quella delle coperture. Al momento la base di partenza indicata dalle fonti è di 500 milioni di euro, cifra che il governo punta però ad alzare: l’obiettivo, nelle prossime riunioni, è arrivare a 800 milioni e, se i margini lo consentiranno, fino a 1 miliardo. Sul tavolo sarebbero stati presentati anche report sulle assegnazioni e sul recupero di fondi da parte della Ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta, elemento che avrebbe consentito qualche passo avanti nel confronto interno.

    Al vertice di Palazzo Chigi hanno partecipato, tra gli altri, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, quest’ultimo in videocollegamento, oltre al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il nodo, in sostanza, è capire quanto spazio finanziario ci sia per rafforzare il pacchetto senza allargare troppo il perimetro del decreto. La premier, riferiscono le stesse fonti, avrebbe chiesto “uno sforzo ulteriore” per dare un segnale al mondo del lavoro. Solo allora si capirà se il riferimento al salario giusto potrà tradursi in misure più ampie o resterà affidato soprattutto a decontribuzioni, incentivi e sostegni selettivi.

    Sul fondo, però, si muove anche l’agenda dei provvedimenti anti-crisi. Il governo segue da vicino la vicenda degli autotrasportatori, che hanno ipotizzato blocchi della circolazione, e monitora il dossier caro energia in vista della scadenza del 1° maggio sulla proroga del taglio delle accise sui carburanti. Sono dossier distinti, ma collegati dal medesimo problema: il costo del lavoro e quello dell’energia, oggi, pesano sulla tenuta di famiglie e imprese.

    Il confronto con sindacati e imprese: bassi salari, contratti fuori dal perimetro nazionale e linea di Palazzo Chigi

    Il terzo asse del confronto riguarda i rapporti con sindacati e associazioni datoriali, impegnati da mesi su una possibile intesa in materia di rappresentanza. Proprio su questo terreno il governo, almeno per ora, sembra voler mantenere una linea prudente: il tema della rappresentanza verrebbe tenuto fuori dal decreto, per non irrigidire il dialogo e concentrare il provvedimento su misure immediatamente operative. L’indirizzo, dicono le fonti, è tutelare prima di tutto i bassi salari.

    Tra le ipotesi discusse c’è anche l’introduzione, in via sperimentale, di una forma di salario minimo per gli accordi che restano fuori dalla contrattazione collettiva nazionale. È un punto politicamente sensibile, e infatti non risulta ancora definito. Da una parte c’è la volontà di intervenire nei vuoti di tutela, dall’altra la scelta di non sovrapporsi al sistema dei contratti nazionali, che per l’esecutivo resta il riferimento principale. La linea di Palazzo Chigi è dunque quella di correggere le aree più deboli senza aprire uno scontro frontale sul modello complessivo.

    Intanto continua anche il confronto europeo. Tajani ha chiesto la sospensione del Patto di stabilità e del sistema Ets, anche in vista del vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile. È uno scenario che si intreccia con il decreto solo in parte, ma che dice molto del contesto: il governo prova a costruire il Dl lavoro dentro margini stretti, tra vincoli di bilancio, pressioni sociali e una promessa politica — quella del salario giusto — che ora attende una traduzione concreta.